Le malattie della povertà
Il contrasto alle malattie della povertà è uno dei due principali obiettivi per cui viene costituito l’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti e il Contrasto delle Malattie della Povertà, come è chiaramente indicato nel nome.
Nel 2003, secondo un´indagine Eurostat, erano 56 milioni i cittadini europei a rischio di povertà: una massa di persone che vive quotidianamente il dramma dei bassi salari, della disoccupazione di lunga durata, della mancanza di una abitazione e della povertà delle loro famiglie. Il 15% della popolazione europea deve accontentarsi di entrate inferiori al 60% della media nazionale. I paesi in cui il rischio di povertà è più diffusa sono Grecia e Portogallo, nei quali il problema riguarda il 21% della popolazione, seguiti da Spagna e Gran Bretagna (19%) e da Italia ed Irlanda (18%).
Intrecciata, ma anche distinta dal fenomeno migratorio, appare l’evidenza dell’ampliamento delle disuguaglianze di salute (health divide) generate dal contesto sociale a sfavore delle fasce deboli della popolazione in molti paesi. Secondo l’Ufficio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che si occupa dell’area europea (870 milioni di persone, dal Mediterraneo al Pacifico), l’aspettativa di vita alla nascita nella regione si sta differenziando significativamente: mentre sfiora gli 80 anni per i paesi dell’Unione, è di circa dieci anni inferiore per la media della regione europea OMS. In Russia le donne che nascono oggi hanno una aspettativa di vita di 10 anni più bassa rispetto alle cittadine dell’Unione europea, mentre per gli uomini la differenza raggiunge addirittura i 16 anni. Queste disuguaglianze nella salute si evidenziano anche all’interno dei paesi: a Glasgow c’è una differenza di aspettativa di vita di 10 anni fra i bambini nati nei sobborghi più deprivati rispetto a quelli dei quartieri più benestanti; in Olanda si evidenzia una differenza di 5 anni di aspettativa di vita e di 13 anni senza disabilità fra i gruppi con basso e quelli con alto livello di istruzione; in Finlandia per le donne questa differenza è pari a otto anni; in Francia fra un lavoratore manuale di 35 anni e un quadro impiegato della stessa età c’è una differenza di aspettativa di vita pari a circa 9 anni.
In Italia il fenomeno della povertà è presente: nel 2006 le famiglie in condizione di povertà relativa erano 2 milioni 623 mila, pari all’11,1% delle famiglie residenti. Si tratta complessivamente di 7 milioni 537 mila persone, il 12,9% dell’intera popolazione. Questa povertà è concentrata geograficamente: nelle regioni del Mezzogiorno raggiunge il 22,6%, ovvero quasi una famiglia su quattro. La stima dell’incidenza della povertà relativa viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi.
Il profilo principale di queste famiglie evidenzia che: hanno cinque o più componenti; sono presenti figli minori; hanno componenti in cerca di occupazione o con bassi profili professionali; hanno un basso livello di istruzione e sono presenti anziani nel nucleo familiare.
Le disuguaglianze di salute generate dal contesto sociale a sfavore delle fasce deboli della popolazione sono presenti anche in Italia, colpiscono sia italiani che stranieri, molto più in ragione delle loro condizioni sociali, di vita e di lavoro che dell’appartenenza etnica. Appare quindi necessario proporre la sperimentazione di attività di ricerca, diagnosi, cura e formazione che affrontino questo tema e promuovano le azioni di contrasto che il sistema sanitario può efficacemente costruire contro l’emergere della salute diseguale, a favore degli italiani come degli stranieri. Questo è lo scopo principale che guida la costruzione dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto alle malattie della Povertà. L’Istituto Nazionale intende promuovere un lavoro di rete fra diversi Centri di Riferimento Regionali che, a partire dal Lazio, dalla Puglia e dalla Sicilia, sperimentino sul campo questo percorso di ricerca, prevenzione, assistenza specializzata e formazione.
Parallelamente occorre costruire una rete con i centri internazionali, a partire dall’OMS, che affrontano queste tematiche emergenti nel contesto più vasto dell’Europa e dei paesi dell’Est, come anche di quelli in via di sviluppo. Il confronto aperto con le soluzioni sperimentate da altri sistemi sanitari, l’apprendimento dei successi, così come degli errori, può divenire uno stimolo ed un apporto prezioso per affrontare il problema emergente del contrasto alla riproduzione di livelli di salute profondamente diseguali.
Occorre promuovere la consapevolezza che è necessario invertire il circolo vizioso che, a partire dalle svantaggiate condizioni di vita e di lavoro, produce una riduzione del livello di salute nei gruppi deboli della popolazione che, a sua volta, aumenta il peso economico delle spese sanitarie evitabili e peggiora il livello socio-economico di questi gruppi. Per la parte che compete ai sistemi sanitari anch’essi debbono promuovere un inverso circuito virtuoso: la riduzione delle disuguaglianze di salute comporta una minore spesa sanitaria evitabile ed aumenta le possibilità di inserimento sociale e lavorativo.
Oggi è assolutamente evidente che la salute è imprescindibilmente legata all’ambiente sociale e in tutti gli studi prodotti a livello nazionale e internazionale si possono evidenziare quattro elementi peculiari. Il patrimonio di salute non dipende solo da fattori genetici, biologici, chimici e fisici ma anche dai contesti socio-economici. La condizione socio-culturale delle persone influenza il rischio di ammalarsi, il decorso e spesso l’esito della malattia. È dimostrato che un modello valido di welfare state deve integrare un servizio sanitario nazionale, solidale, pubblico ed universale. È inevitabile che disuguaglianze economiche, sociali e culturali determinino iniquità nell’accesso ai servizi sanitari. Nell’ultima indagine condotta dall’Istat sui consumi delle famiglie, relativa all’anno 2006, emerge che la difficoltà nell’accesso al pronto soccorso e ai servizi sanitari della ASL è significativamente superiore per le famiglie povere: viene dichiarata nel 13,5% dei casi per il pronto soccorso (contro l’8,4% delle famiglie non povere) e nel 10% dei casi (contro il 6,1% delle famiglie non povere).
La povertà, il grado di deprivazione relativa dei processi di esclusione sociale in ogni paese hanno un impatto considerevole sulla salute della sua popolazione. Anche nazioni come l’Italia in cui il benessere economico sembra essere molto elevato, il fenomeno dell’esclusione sociale e della marginalità presenta un’incidenza crescente.
Occorre rilanciare una politica della salute sui determinanti sociali, il contesto ambientale e le iniquità presenti nella popolazione. Si tratta di favorire l’equità nell’accesso ai servizi socio-sanitari di persone con bisogni disuguali, che devono ricevere interventi socio-sanitari appropriatamente dissimili e comunque garantire uguali opportunità di acceso alle popolazioni per contribuire a ridurre le disuguaglianze. È necessaria inoltre una rilettura dei bisogni di salute percepiti dalla popolazione per poter demedicalizzare una domanda di salute che spesso è artificiosamente e irresponsabilmente rivolta verso uno sfrenato consumismo farmacologico e di prestazioni sanitarie molto costose, assolutamente inappropriate, inefficaci, spesso inutili e talvolta dannose.
Un Istituto Nazionale può meglio elaborare una health impact assessment ed una capacity building che migliori l’organizzazione, le motivazioni del personale, le risorse, la partnership e la leadership di una vera politica di promozione della salute.

