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CONTRASTO ALL'IVG NELLE DONNE IMMIGRATE: ESPERIENZE PILOTA

Morrone A., Sannella A.

Politiche per un contrasto all'interruzione volontaria di gravidanza nelle donne a rischio. Atti della conferenza.
Roma, 9 Giugno 2008

I dati relativi all’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) nel 2005 ci mostrano che il 26% delle IVG in Italia è stato effettuato da donne migranti e, negli ultimi anni, il decremento del tasso e del rapporto di abortività ha subito una battuta di arresto a causa del contributo delle donne straniere che ricorrono più spesso all’IVG, con un tasso di abortività stimato pari a 3-4 volte (34 per 1000 donne) quello delle donne italiane (8 per 1000 donne).
Esiste un lieve aumento della percentuale rispetto al 2004 (25,4%), determinato dalla presenza di donne straniere. La percentuale, riferita alle donne italiane, è del 22,1% contro il 37,9% per le donne con cittadinanza straniera. Un dato che deve essere valutato attentamente è se con l’accezione donne straniere si intendano anche le giovani minorenni. Purtroppo sono moltissimi i casi di minori che si presentano presso le nostre strutture sanitarie per richiedere un’interruzione di
gravidanza. In realtà, questo dato comprende la stessa fascia d’età delle italiane con l’unica differenza che l’assistenza familiare e genitoriale delle giovani straniere è spesso totalmente assente. La rete comunitaria di appartenenza delle donne minorenni, pertanto, non riesce a sostenerle nelle scelte conseguenti una gravidanza non programmata o non desiderata.
Quindi, vediamo affacciarsi in questo scenario, anche le minori non accompagnate, e l’impossibilità delle famiglie di assistere la propria figlia rispecchiano la difficoltà per gli stranieri di essere consapevoli del ruolo genitoriale, fortemente sentito per le comunità di appartenenza.
Presso il nostro Istituto spesso giungono persone provenientida vari Paesi dell’Africa portatori di saperi tradizionali antropologici e sociali molto radicati: per esempio, ci sono donne che utilizzano come contraccettivo fili di erba preparati finemente da ‘marabut’ o altri capi di comunità etniche che vengono posti come ‘cinta ombelicare’ per preservarsi da gravidanze indesiderate.
Introdurre una cultura contraccettiva di matrice culturale ‘ altra’ da quella di provenienza, introiettandola e comprendendola è sicuramente un passo che necessita di un incontro basato sullo scambio culturale e sui principi della mediazione e della conoscenza. I dati mostrano in questo caso specifico (dati che, precisiamo, vanno non solo letti, ma fortemente interpretati) un aspetto preoccupante riguardo gli aborti ripetuti, delle donne che fanno più di un aborto. Il secondo aborto è un dato più ‘allarmante’ rispetto al primo per noi operatori poiché mostra una coazione a ripetere un evento dannoso verso se stessi, una ripetitività verso la negazione alla vita, una mancata attenzione da parte delle Istituzioni nei confronti del ‘dialogo con le pazienti’.
L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) può rappresentare anche una violazione dei diritti umani, esistendo infatti molti casi di donne vittime di tratta, costrette
a non utilizzare contraccettivi e ad abortire successivamente dai loro protettori e dai loro clienti. Storie, queste, di violenze atroci, che le donne straniere subiscono in Italia, sia da parte di loro connazionali che di italiani, e ancora troppo spesso la strada è il detentore di questa violenza. Lo scorso anno l’Istituto nazionale ha condotto una ricerca sulle Discriminazioni in ambito socio-sanitario, in cui sono stati seguiti casi di donne che hanno subito più di un aborto.
L’esempio più eclatante è sicuramente quello di una ragazza che a soli 23 anni aveva già effettuato 17 IVG. È chiaro che in questo caso non si può parlare solamente di mancata contraccezione, ma bisogna indagare più a fondo, alle radici di un atto così cruento.
Spesso, infatti, la contraccezione non è compresa nella sua interezza e l’apertura verso la sensibilità dell’altro deve passare dagli operatori sanitari. Ciò indica come la ‘comprensione del senso’ di tali pratiche deve accogliere tutto l’iter che la 194 contempla per la tutela della donna, e non solamente lo stadio ultimo dell’IVG. Se una donna di 23 anni arriva ad avere 17 aborti, probabilmente significa che nella sua passata esperienza è stata vittima di una violenza inaudita.
La violenza non riguarda solamente la donna che la subisce, rispetto al fenomeno e all’atto, ma coinvolge quella della vera e propria della interruzione di gravidanza.
Il tasso di abortività tra le donne immigrate è sicuramente superiore rispetto alle italiane. Questo dato è da mettere in relazione anche al fatto che molte donne straniere nel nostro Paese vivono in situazioni disagiate e provengono da aree in cui l’abortività legale o clandestina è più alta che in Italia.
Di seguito si riportano i dati dello sportello socio-sanitario rivolto a donne straniere presente nel nostro Istituto dal 1995. Negli ultimi dieci anni, l’incremento di presenze è stato fortissimo fino ad arrivare a più di 2.000 nel 2006 e 2007.
La provenienza degli utenti rimarca il trend di arrivo degli stranieri in Italia: la Romania rappresenta il 51%, seguita da Perù, Ucraina e Moldavia. Molto interessante è il dato relativo alle donne dell’Ecuador, le quali presentano una marcata diffcoltà verso l’uso di contraccettivi e le ritroviamo, purtroppo, più spesso nella richiesta al ricorso all’IVG.
La tipologia di accoglienza dello sportello soddisfa le richieste sotto l’aspetto legale, sociale, sanitario e lavorativo ed è rivolto anche ai bisogni di prima necessità.
Tali richieste non necessariamente arrivano all’interruzione della gravidanza perché le finalità dello sportello sono di portare avanti un principio cosiddetto ‘positivo’, cioè come da una richiesta si possa giungere talvolta ad un aiuto concreto alla donna. Spesso la possibilità di avere un figlio mal si concilia con la realtà lavorativa, specialmente se non si è in regola dal punto di vista legale e burocratico. L’alternativa all’aborto sarebbe perdere il lavoro con ripercussioni, non solo per se stesse, ma per tutta la famiglia, sia quella in Italia, che per quella rimasta nel paese d’origine che dall’Italia riceve risorse economiche.
Tra le donne immigrate provenienti dai Paesi a economia meno avanzata, i fattori di rischio individuali sono ancora una volta povertà ed emarginazione, dove per povertà non si intende solamente quella economica, ma soprattutto la povertà sociale, culturale ed educativa. Se si considerano poi altre variabili quali la giovane età, la multiparità, l’alta prevalenza di anemie, di infezioni dell’apparato genito-urinario, il disagio interculturale e le condizioni socio-economiche precarie, emerge allora il profilo di una popolazione altamente esposta alle malattie e alle complicanze. L’accesso alle strutture spesso non è possibile, soprattutto per gli orari che non consentano alle donne straniere, ad esempio le badanti – i cui orari non si conciliano con quelli delle strutture pubbliche – di essere accolte.
Quali sono quindi i canali che le donne straniere prendono in considerazione nei casi dell’IVG? Quelli dell’irregolarità. C’è un ritorno allarmante delle ‘famose’ mammane locali, etniche o italiane o ai più atroci viaggi della speranza/disperazione ovvero il rimpatrio ai Paesi di appartenenza per interrompere la gravidanza facendo poi ritorno in Italia. Pertanto è un dato che non deve sfuggire all’attenzione, perché nel momento in cui si parla di prevenzione, di fattori di rischio si deve
poter tutelare non solo la persona che si trova in Italia ma evitare anche che le donne vadano in un altro Paese per interrompere la gravidanza. Quindi gli esiti negativi per le donne straniere sono maggiormente significativi in gravidanza rispetto alle donne italiane, in questo caso del paese ospitante. Le motivazioni sono la giovane età, il disagio sociale ed interculturale.
Prioritario diventa impegnare mediatori interculturali formati ad hoc, che non siano in grado solo di tradurre la lingua ma che fungano da ponte, che siano dei facilitatori tra le strutture del territorio e le istituzioni, tra il cittadino e quello che può essere lo sviluppo sociale della salute pubblica.
Questo è il progetto che sarà presentato dall’Osservatorio a vari Ministeri. Il progetto dell’INMP prevede la tutela materno-infantile nelle donne immigrate: Accogliere la vita oltre ogni confine.
Obiettivi salienti del progetto saranno: fornire ai consultori familiari un supporto e creare una rete sociale che sia funzionale al ‘benessere’ comune; prevedere
l’impiego di mediatori linguistico-culturali; elaborare linee guida ottimali per l’assistenza e la realizzazione di materiali informativi, almeno per le 8 lingue che
rappresentano le etnie maggiormente presenti in Italia; affiancare programmi di formazione del personale che opera nelle Aziende sanitarie locali e di comunicazione alla salute destinati espressamente alle migranti e alle comunità dirette da migranti.
Accogliere la vita, ovvero, accogliere un percorso di reale attuazione della legge 194, promuovere l’offerta attiva di counselling sui metodi di una procreazione responsabile per le donne migranti, specifici interventi della Sanità pubblica e l’impiego fondamentale di professionisti della mediazione culturale. I risultati più signi?cativi si otterranno proponendo il counselling sulla procreazione responsabile in ogni occasione di contatto e, soprattutto, di offerta attiva di misure
di prevenzione come il Pap-test, cercando di “raggiungerle” anche nei luoghi di riunione. Il coinvolgimento partecipativo delle comunità organizzate di donne straniere e la valorizzazione dell’educazione tra pari, oltre allo sviluppo di nuovi modelli di comunicazione, saranno elementi essenziali
per determinare un’evoluzione del ricorso all’IVG tra le straniere analoga a quella osservata tra le italiane. Abbiamo la fortuna di avere a disposizione professionisti
di intermediazione che veramente fanno la differenza nei confronti di quello che è il counselling terapeutico cosicché la relazione medico-paziente possa risultare efficace ed efficiente, secondo scienza e coscienza. Rispettando le diversità.
È necessaria pertanto la riorganizzazione dei servizi attraverso la formazione degli operatori sulle normative vigenti e sulle diversità culturali, oltre ad aumentare la facilità di accesso ai servizi stessi, con l’apertura il giovedì pomeriggio, il sabato o la domenica, o in altri orari più adatti; con presenza di professioniste donne (in particolare ginecologhe) e di mediatrici culturali.
A questo va ad aggiungersi la promozione del dialogo con gli uomini. L’interruzione di gravidanza – come nel caso delle mutilazioni genitali – troppo spesso è un tema ad esclusivo appannaggio femminile, che estromette la funzione del genere maschile.
Bisogna quindi promuovere il dialogo, anche dal punto di vista dell’educazione familiare, e soprattutto lo sviluppo di nuovi modelli di comunicazione.