SUPERARE LE FRATTURE COMUNICATIVE: IL RUOLO DEI MEDIATORI CULTURALI
Butea A.
Politiche per un contrasto all'interruzione volontaria di gravidanza nelle donne a rischio. Atti della conferenza.
Roma, 9 Giugno 2008
Lo Sportello Informativo e di Orientamento Socio-Sanitario è uno dei servizi che si avvale, all’interno dell’Istituto Nazionale, della presenza di Mediatori Culturali.
Questo servizio nasce nel 2002, al termine del primo corso per Mediatori Interculturali organizzato dall’allora Ospedale San Gallicano. La creazione e la sua attivazione è stata il frutto del lavoro del tirocinio che questi ultimi hanno svolto presso la struttura.
Attualmente il Servizio è costituito da un gruppo di Mediatori, persone volontarie e tirocinanti, di diverse provenienze geografiche e etnico-culturali, Paesi che vanno dall’Africa all’Europa al Sud America e ci rivolgiamo a persone straniere e non solo.
Le attività di mediazione che svolgiamo comprendono l’orientamento e l’informazione sui Servizi Socio Sanitari Territoriali, a carattere sociale, scolastico, formativo, lavorativo e ci occupiamo anche di indirizzare le persone presso consulenze legali sia interne che esterne; forniamo informazioni sulle diverse modalità da seguire per ottenere i documenti, come ad esempio i permessi di soggiorno, i ricongiungimenti, ecc.; informiamo le persone sui propri diritti ma anche sui doveri di cittadini e sulle leggi che riguardano l’immigrazione. Infine, abbiamo anche attivato al nostro interno un servizio gratuito di ‘facilitazione’ nei percorsi di offerte e domande di lavoro.
Sostanzialmente, il nostro compito consiste nell’accogliere, nell’ascoltare e nel cercare di indirizzare le persone verso possibili risposte alle loro tante domande e bisogni. Gli argomenti e le problematiche sono innumerevoli… come le persone e le loro storie.
Ogni giorno, allo sportello informativo accogliamo le persone, mettendo a disposizione informazioni e tempo, perché ci vuole tempo quando qualcuno parla dei suoi
problemi, delle sue diffcoltà. I casi sono molto vari: c’è chi arriva inviata dal ginecologo della nostra struttura per essere indirizzata verso il consultorio di competenza e seguire le procedure che riguardano la gravidanza. C’è chi ha ottenuto l’asilo politico ma non ha un lavoro e tanto meno una casa, chi ha perso l’impiego e di conseguenza la casa perché, magari, lavorava presso una persona anziana deceduta. C’è chi cerca un lavoro disperatamente perché deve mantenere
tutta la famiglia e non riesce a fare la baby-sitter perché la fa pensare ai suoi figli lontani. C’è chi vuole sapere come si fa a ricongiungersi con i familiari o farsi riconoscere un titolo di studio.
Stabilire la giusta distanza emotiva in generale nonè facile, soprattutto, quando sentiamo storie così complesse attraversate da vissuti dolorosi.
Considerando il tema di questo convegno, mi soffermerei sui casi delle donne che si rivolgono al nostro sportello per sapere qual è la procedura che devono seguire per portare avanti la gravidanza e si sentono completamente disorientate, disinformate; di donne che hanno diffcoltà nel decidere, di ragazze che lavorano per strada e sono rimaste incinte perché hanno avuto rapporti non protetti e vogliono interrompere la gravidanza.
In quest’ultimo caso, le donne vengono indirizzate allo sportello dal nostro ginecologo, dopo aver avuto la conferma della gravidanza in seguito ai risultati delle analisi.
Il nostro primo passo è quello dell’accoglienza. Accogliamo le donne nel momento cruciale, quando devono prendere una decisione. La donna, sempre con grande diffcoltà e imbarazzo ci comunica la sua decisione di interrompere la gravidanza, e spesso si sente obbligata a giustificarsi per questo. Cerchiamo di ascoltarla, dandole la possibilità di percepire che noi siamo lì per sostenerla, non per giudicare ma per rispettare la sua scelta. Non vuole essere un sostegno dall’alto ma piuttosto un posare lo sguardo all’altezza della persona.
I motivi determinanti per questa scelta più o meno sono sempre gli stessi: sono donne venute in Italia per un problema economico nel loro Paese lasciando spesso i figli con parte della ‘famiglia’: nonni, zii. La maggior parte lavora irregolarmente e sa che portando avanti la gravidanza rischierebbe di perdere l’impiego trovato con grande difficoltà; alcune si sentono troppo sole per riuscire ad affrontare una gravidanza frutto di relazioni brevi, occasionali.
La maggior parte di loro è lasciata sola anche nel momento della decisione. Raramente è capitato di vedere ‘lei e lui’ che si rivolgono al nostro servizio per una richiesta del genere.
Qual è il passo successivo?
Cerchiamo di capire qual è la situazione dal punto di vista amministrativo della donna nell’accesso al S.S.N. Laddove necessario rilasciamo la tessera sanitaria STP per le persone che non fanno parte della comunità europea e sono irregolari, o il codice ENI che è stato creato da poco tempo per le persone comunitarie che non hanno nessun tipo di assistenza sanitaria. Arrivano allo sportello anche donne che sono in regola e non hanno mai fatto l’iscrizione al S.S.N perché non
sono state informate sui loro diritti.
Successivamente individuiamo la zona di domicilio della persona e prendiamo un primo appuntamento con il consultorio familiare di appartenenza. Ci mettiamo in
contatto direttamente con l’assistente sociale del consultorio, la quale fissa un primo incontro insieme a lei e alla ginecologa.
Potrebbe sembrare assistenzialismo alla persona, ma non lo è . È una modalità condivisa per poter dare sicurezza e fiducia nei confronti delle strutture sanitarie. Non ci sostituiamo alla persona, ma la sosteniamo in questo primo passo verso la tutela della scelta. Insistiamo molto sull’importanza di ritornare al consultorio per la visita ginecologica di controllo post-IVG, e sulla prevenzione di gravidanze indesiderate che in futuro potrebbero creare vari problemi, accennando alcune
informazioni sui metodi contraccettivi che vengono poi approfondite dai ginecologi.
Diamo informazioni sulle malattie sessualmente trasmissibili, un problema che le persone spesso non conoscono. Ci riferiamo specialmente alle donne che non hanno un partner fisso, alle ragazze che lavorano per strada per cui la gravidanza rappresenta non solo un atto indesiderato, ma spesso nasconde azioni di violenza fisica o psichica.
Comunque, se l’iter continua e se il periodo di gravidanza ha superato le 10 settimane, prendiamo contatto direttamente con il coordinamento per la 194 dell’ospedale San Camillo.
In questo contesto, il nostro servizio si occupa anche delle donne che vogliono portare avanti la gravidanza e provengono dalle diverse realtà. Vengono inviate dal
ginecologo della nostra struttura, oppure dalle associazioni o da altri enti sanitari che individuano nell’INMP la struttura più funzionale ad accogliere problematiche legate all’immigrazione.
La maggior parte di loro sono irregolari, non sono informate sui loro diritti, in questo caso sul diritto alla salute; come noto arrivano anche al terzo-quinto mese di gravidanza senza aver fatto nessun controllo, nessun esame specifico. Il nostro contatto di rete è sempre il consultorio familiare come previsto dalla legge (194 art.2).
Che significa essere irregolare?
Irregolare è semplicemente colui che non è in possesso di un permesso di soggiorno, che ha un visto turistico scaduto, che è entrato nel Paese e non ha avuto la possibilità di regolarizzarsi, che i numerosi problemi del Paese di origine hanno portato a fare questa scelta. Spesso quando si parla di reato di clandestinità si crea una grande tensione nei confronti delle persone irregolari, rischiando di rendere difficile il loro avvicinamento e accesso ai servizi pubblici.
Ribadirei il concetto che clandestina non è la persona ma l’azione.
Informiamo la donna anche su altri diritti che può avere in gravidanza: rilascio del permesso di soggiorno per la gravidanza che si rinnova anche dopo il parto, fino all’età di sei mesi del bambino. Tale permesso si ottiene in base a un certificato medico rilasciato dalla ginecologa che segue la donna, solo dopo i tre mesi di gravidanza. Spesso le donne indendono questo permesso di soggiorno come una soluzione alla loro condizione di irregolarità, quando invece è solo un
permesso di soggiorno temporaneo.
Alcune donne, invece, esprimono la paura di dover andare in questura anche se le rassicuriamo che tutto ciò è legale, cheè un diritto e che non può accadere nulla che possa impedire la loro permanenza in Italia in tale periodo.
Presso la nostra struttura arrivano anche le donne che vorrebbero interrompere la gravidanza nonostante abbiano superato il termine di tre mesi previsto dalla legge 194.
In questi casi le informiamo sulle possibilità previste dalla legislazione italiana: lasciare il bambino in ospedale in anonimato, darlo in adozione, in affidamento, affinché si possano prevenire gli aborti clandestini o provocati con i farmaci, oppure ancora, come sappiamo dai loro racconti, i ‘ viaggi’ effettuati per andare ad abortire in strutture private nel proprio Paese.
Quanto alle donne che esprimono il desiderio di portare a termine la gravidanza ma hanno grossi impedimenti economici, cerchiamo di informarle e, con il loro accordo, di attivare i contatti con il segretariato sociale per la vita che può inserirle in un progetto di assistenza sanitaria ed economica.
In conclusione: cerchiamo di essere validi decodificatori che mettono in rete i bisogni delle persone rendendo visibile il disagio senza sovrapporsi o sostituirsi ma cercando di facilitare la conoscenza e l’utilizzo dei servizi territoriali attraverso l’attivazione del lavoro di rete.

