Un approccio al problema
Aldo Morrone
Il fenomeno della recente immigrazione di milioni di persone che si muovono dalle aree meridionali del mondo verso i paesi industrializzati in cerca di un migliore futuro per sé ed i loro bambini, determina notevoli cambiamenti culturali e sociali, con effetti straordinari anche dal punto di vista medico.
Malattie come tubercolosi, malaria, lebbra, e dermatosi tropicali, oggi considerate sostanzialmente sradicate nei paesi industrializzati, riappaiono. I movimenti migratori hanno reso visibile nei paesi occidentali realtà e situazioni non ben conosciute e la presenza di uomini, donne e bambini provenienti dai Paesi in via di sviluppo (PVS) hanno messo le popolazioni di fronte a culture ed abitudini diverse.
Tra queste, abbiamo potuto osservare in Europa la diffusione del fenomeno della Mutilazione Genitale Femminile (MGF), un termine che descrive diversi rituali tradizionali.
Secondo la dichiarazione congiunta emessa nell'aprile 1997 da parte dell'OMS, dell'UNICEF e dell'UNFPA, per Mutilazione Genitale Femminile "si intendono tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili o altri interventi dannosi sugli organi genitali femminili tanto per ragioni culturali che per altre ragioni non terapeutiche."
La MGF potrà forse essere abolita solo mediante un approccio culturale e popolare che prenda in considerazione tutti gli aspetti di una particolare cultura e cerchi di lavorare all' interno di quel sistema per cercare di estirpare una pratica percepita non come mutilazione, ma come un atto nel migliore interesse della donna.
Solo un mutamento radicale dell'intera condizione femminile, e cioè solo un mutamento radicale dell' intera organizzazione sociale di questi paesi, può mettere la parola fine a questa pratica. E soprattutto, bisogna ammettere che il problema ci riguarda prioritariamente e con piena responsabilità solo per quanto riguarda la richiesta che donne immigrate nel nostro paese possono fare di praticare qui da noi la circoncisione. É chiaro che abbiamo tutto il diritto di manifestare la nostra opinione.
Se vogliamo però davvero concorrere ad arrestare questa pratica dovremmo investire di più sulla conoscenza della condizione della donna nei PVS e concorrere, con seminari e corsi di aggiornamento, alla formazione di personale medico-sanitario e di mediatori culturali, che possano aiutare le donne ad abbandonare questa pratica senza sentire di tradire la loro cultura d'origine.
La dichiarazione congiunta dell'OMS, dell'UNICEF e dell'UNFPA sulle MGF (1996) riconosce:
" In tutte le società ci sono norme di comportamento e di assistenza fondate sull'età, sullo stadio della vita, sul genere e sulla classe sociale. Queste "norme", spesso citate come pratiche tradizionali, hanno origine sia da condizioni sociali o culturali oggettive che da osservazioni empiriche relative al benessere degli individui nella società. Le pratiche tradizionali possono essere benefiche, dannose o innocue. Ma possono anche avere effetti dannosi sulla salute, e questo è spesso il caso delle pratiche tradizionali che riguardano le bambine, le relazioni fra uomini e donne, il matrimonio e la sessualità".
Nel presentare questa dichiarazione, il proposito non è né di criticare né di condannare. Ma è inaccettabile che la comunità internazionale resti passiva in nome di una visione distorta del multiculturalismo.
I comportamenti umani e i valori sociali, anche se possono apparire senza senso e distruttivi dal punto di vista personale e culturale degli altri, hanno comunque un senso e assolvono una qualche funzione per coloro che li praticano. Però, nessuna cultura è statica ma è sempre in flusso dinamico costante. La cultura si adatta e si riforma continuamente. Le persone cambiano il loro comportamento quando comprendono quali siano i rischi e l'oltraggio che alcune pratiche dannose comportano, e quando capiscono che è possibile abbandonare tali pratiche senza abbandonare gli aspetti qualificanti e significativi della propria cultura.

