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ExpoSanità 2008

ExpoSanità 2008 - locandina

Un contributo per una sanità trasparente, efficace e moderna

Nell’ambito della manifestazione internazionale di Bologna dell’Exposanità, giunta alla sua venticinquesima edizione, si è svolta la conferenza sulle nuove frontiere dell’assistenza sanitaria che ha riunito esperti clinici ed amministrativi da tutta Italia.

Exposanità è un’occasione per vedere, confrontare, incontrare ed imparare quello che di nuovo il mondo sanitario, aziendale, produttivo ed amministrativo esprime. Quest’anno il sottotitolo della manifestazione è stato Un contributo per una sanità trasparente, efficace e moderna, e la conferenza del 30 maggio sulle nuove sfide della medicina ha trovato unanime, tra tutti i relatori, l’importanza fondamentale nel rendere visibile ed efficace l’assistenza verso tutte le componenti della popolazione all’interno dei confini nazionali, fenomeno migrante compreso, troppe volte scansato se non quando completamente negato.

È una trasparenza orgogliosa quella dell’Associazione Sokos, rivendicata dal dottor Robin Chattat, dell’università di Bologna, per l’assistenza agli emarginati e immigrati con attività sanitaria composta da nove specializzazioni cliniche rivolte a pazienti stranieri, circa 6000 l’anno. Un numero indicativo composto nella maggioranza da donne provenienti dall’Est Europa, in prevalenza badanti moldave, mentre la provenienza dell’elemento maschile è dal Pakistan, nella prevalenza numerica.
L’associazione ritiene, come ha ritenuto fin dalla sua nascita, necessaria la costruzione di una rete di sostegno a livello nazionale per ottenere aiuto da differenti partner appartenenti in settori superficialmente lontani dalla sanità ma uniti sulle problematiche dell’immigrazione, esempio avvocati, giornalisti; com’è stata necessaria la corrispondenza di lavoro con gli altri ambulatori a bassa soglia.
Contatti di rete strategici per ogni intervento nascono e si coniugano in manifestazioni come Exposanità di Bologna, dove le esperienze diverse vengono a contatto arricchendo le strategie di lavoro e le opportunità istituzionali e dal privato sensibile. Così il progetto GEA della Coop Sociale di Padova, in corso dal 1990 nel Veneto, è stato illustrato dal dottor Marco Baldini, il quale ha focalizzato il ruolo della mediazione linguistica e culturale, in quanto espressione del diritto alla salute nelle strutture pubbliche e leva di soccorso nell’affrontare i problemi emergenti e non le emergenze. Per questa ragione il progetto GEA indaga sull’accesso ai servizi anche quando questi sono modelli d’intervento efficaci e originali, dunque esempi importanti per le strutture pubbliche.
Individuare i problemi legati allo stato di salute, condizionati dal diritto della casa e dalla qualità della vita come dell’ambiente dove gli stranieri soggiornano e lavorano. Da questa premessa è stata istituita una Fondazione mista a soggetti privati e pubblici, Regione e Provincia.

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Aspetti d’intervento socio sanitari sul territorio, esempi di lavoro simili per le soluzioni adottate per superare gli ostacoli burocratici e strutturali, dunque necessari in tutta la penisola, e sempre da segnalare in ogni occasione; ma la conferenza è entrata nel vivo del momento storico che il sistema sanitario e la nazione sta vivendo, con tutta la sua drammaticità, con gli interventi del professor Aldo Morrone, Direttore Generale dell’INMP, e con il professore Franco Pittau, coordinatore del Dossier. Caritas Italiana.

Uno sguardo nel prossimo futuro partendo dalle condizioni attuali, invita a farlo il professor Pittau, nell’interpretare i numeri statistici a disposizione che non celano segreti, basta leggerli.
I numeri, in questo caso quelli raccolti annualmente dalla Caritas, non sposano tesi politiche, non strizzano l’occhio a strategie amministrative o a norme convenienti, e allora, semplicemente, il 2007 conta 3 milioni e mezzo di immigrati regolari, solo un anno più tardi riconosciuti dall’ISTAT, con una stima a crescere di circa 700 mila irregolari.
È una realtà che mette l’Italia tra i paesi in crescita in uno dei primi al mondo, USA compresi; con un incremento del 10%, fino a punte regionali al 18%, come in Emilia Romagna.
Ecco il futuro, puntualizza Pittau, è in queste percentuali che si dimostrano visivamente in città come Roma, Milano, Varese, Prato e in Emilia. Dal 1970 la popolazione straniera è cresciuta di 29 volte, e se ancora la Germania è il paese con il più alto numero di stranieri, con il ritmo di crescita che l’Italia annovera, la nostra nazione sarà presto la prima in tutta Europa.
Tutto questo, se visto nella sua reale dimensione, richiede una capacità e una competenza che il mondo politico attuale non esprime. Dal programma di Governo sono sottolineati gli impegni rivolti all’ordine pubblico e alle espulsioni e nulla più.
E nonostante ciò, sarà per i ricongiungimenti familiari, le stabilizzazioni residenziali del popolo immigrato e, non ultimo, le indagini di valutazione, il quadro che si presenta registra un alto grado di soddisfazione e di attaccamento alla nazione italiana da parte degli stranieri. È un aspetto non trascurabile, un potenziale che non deve essere depauperato.
Purtroppo tali aspetti sociali si scontrano con i problemi che assillano la popolazione straniera e sono altrettanto seri per la loro risoluzione, ma affrontati politicamente con una pericolosa superficialità. Un esempio è l’importanza dell’insegnamento della lingua italiana quanto il rispetto delle tradizioni etniche, e come sono insufficienti i capitali investiti dal governo per la risoluzione dei problemi: la casa, gli alloggi dignitosi anche per i lavoratori stagionali, e un serio impegno nel mondo scolastico contro la dispersione.
E per riassumere tutto in un termine: integrazione.
Finendo, Pittau, indica una riflessione al pubblico in platea, una riflessione da ritorno al futuro: se la crescita di questi ultimi anni continua, e non c’è nulla che indichi il contrario, fra venti anni avremo 7 milioni di stranieri in più, che se sommati agli attuali 4 milioni, saremo percentualmente cinque italiani ogni straniero. Questa è politica, insiste Pittau, e la risposta è nell’affrontare le emergenze con una scienza del governo sensibile o sarà il caos.

Governare con sensibilità, stando attenti a non calpestare i diritti ed i bisogni, è certamente difficile individuarla nell’abolizione dell’ICI che procura la cancellazione di tutti i progetti a sostegno contro la violenza delle donne in atto, nonostante la domanda d’intervento su questo tema è stata chiaramente formulata dall’opinione pubblica in campagna elettorale; così come mettere a repentaglio i fondi dell’INMP. È la lucida e fredda analisi del professor Aldo Morrone, Direttore Generale dell’INMP, a premessa del suo intervento.

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Il professore rileva un’evidente distanza tra il mondo reale e quello politico, soprattutto con quello “reale” che lavora a contatto, a sostegno, e per l’integrazione della popolazione straniera, e ne conosce tutte le delicate condizioni socio sanitarie.
C’è un mondo della salute destrutturato dai cambiamenti in atto, sia burocratici sia demografici. Non si può restare immobili sulla conta delle prestazioni, a volte superflue e addirittura inutili, a fronte del concetto salute e immigrazione.
Esiste una domanda di salute in trasformazione, non solo per i pazienti stranieri, individua il professor Morrone, ma anche dai lavoratori dei call center, dai precari nella loro totalità, dagli sfrattati. Fermo restando il concetto che la salute è per tutti e per tutti uguale.
Attualmente esistono due sistemi sanitari: uno per i garantiti e uno per i non garantiti. Il primo è basato sul guadagno e sulle prestazioni ad esso connesse. Mentre per il secondo è determinante basare l’intervento di alta salute correlandola alla persona, nel suo insieme. In altre parole ricostruire il rapporto con l’essere umano, anche in modo amicale, considerare l’ambiente di provenienza, dove vive, in quale condizione lavora e anche dove e come ritrova con gli amici.
Umanizzare il rapporto sanitario nell’assistenza ai pazienti stranieri, proprio per il bisogno peculiare del contatto umano, che è alla base d’ogni intervento. Una vera opportunità per rivedere il mestiere di medico e per il miglioramento del servizio di tutti, stranieri ed italiani.
È importante una seria riflessione sulle politiche d’integrazione e su quelle della giustizia per ottimizzare e rendere trasparente ogni intervento governativo. Per esempio inserire al centro la figura del mediatore, adesso una figura non riconosciuta, sottopagata, perchè trovi uno spazio di lavoro individuato e strategico per italiani e stranieri, e lo allontani dall’ambigua posizione che riveste in questo periodo ed è mal vista anche dalla popolazione straniera. Inoltre ripensare a politiche sanitarie nella “normale” contaminazione culturale in attIl contributo della Regione Umbria è per voce della Consigliera sulla Parità e responsabile del Rapporto Donna Immigrata in Italia, dottoressa Marina Toschi.
Inizia, la relatrice, subito con un dato che definisce uno stato d’inferiorità di una parte della popolazione: 1 infortunio su dieci in ambiente di lavoro vede protagonista uno straniero. È questo il ruolo della Consigliera, nel riscrivere delle Linee Guida per riequilibrare la parità nel lavoro, accompagnata a quella di genere su tutte le politiche d’integrazione.
Continuare il quadro di lavoro della Commissione Turco, in attività per poco tempo e bloccata dall’8 marzo 2008, quando si dice il destino. Un lavoro interministeriale che ha cercato d’intervenire su uno stato di cose drammatico: la registrazione del doppio di mortalità per parto nelle donne immigrate, ed una maggiore percentuale di parti pretermine. Inoltre ha seguito indagini sul lavoro, sulla prevenzione oncologica e sul contrasto sulla violenza alle donne in ambiente famigliare e lavorativo.

Il complesso rapporto con la comunità nazionale, da parte della minoranza nomade, è descritta dal dottor Dimitri Argiropulos, il quale precisa da subito che la terminologia va corretta e spesso è abusata offensivamente nei resoconti dei media e nel lessico della gente. Nomade non è un termine corretto e zingaro penetra più profondamente nella fenomenologia del mondo rappresentato da sinti, rom e camminanti.
Una popolazione molto giovane, età media di 42 anni, nata per lo più all’interno dei confini nazionali e questa condizione non giustifica il sentimento di razzismo diffuso ed alimentato e soprattutto non punito. Non c’è ripulsa né indignazione quando si offende un nomade e non esiste nessuna mediazione culturale rivolta agli zingari.
Non esiste nemmeno un tentativo, da parte della comunità intellettuale italiana, di capire, cercare, studiare il popolo nomade, lasciando nel campo della ricerca un silenzio assordante, denuncia il relatore. Situazione che non aiuta a superare la situazione di diffidenza, e non si sta chiedendo un ripensare a diritti speciali ma solo a corpi legislativi di garanzia riconosciuti alle persone in quanto minoranze etniche come sinti o rom, come migranti e profughi da zone di guerra, basta pensare al grande flusso dalla Bosnia e dalla Serbia. Ma nonostante ciò i diritti non sono riconosciuti.
La dottoressa Strania Aristei, Direttore Amministrativo Distretto di Casalecchio di Reno, si è soffermata sull’importanza dell’impatto nella comunicazione tra uomini: unica categoria che percepisce la conversazione socioculturale. Aspetto arricchito da: (a incontro come possibile fusione tra due orizzonti; (b dialettica nell’incontro con l’altro che ridefinisce il proprio spazio di vita; (c capire il “dono” dell’immigrazione per chi accoglie e non certo per chi arriva; (d oltre la tolleranza come sopportazione, riprendendo il concetto di Aldo Morrone, cioè essere pronti ad affrontare il nuovo e dunque lasciarsi andare ad un fecondo contagio, quindi contrastare l’omologazione come negazione delle differenze dell’altro e accettare il processo di fusione per lavorare sulle corrispondenze delle differenze, perché così solo così si comprende la dinamica della società in un processo interculturale, tanto da essere totalizzante mantenendo la centralità del dibattito i valori condivisibili.
E poi, per finire, attenzione e formazione anche verso la comunicazione dei media, perché c’è la necessità di verificare i contenuti, non in termini censori ma deontologici si, non sempre rispettati (quasi mai, Ndr).
Direttamente dalla Regione Veneto, la dottoressa Sonia Crollo, responsabile dell’URP, ha descritto il percorso burocratico per redigere norme legislative, atte a fornire interventi istituzionali per un’integrazione matura nella città di Vicenza, che rappresenta uno dei centri urbani a più alta concentrazione di popolazione straniera (21%).
Un aspetto che la dottoressa ha evidenziato, come particolarità della parte straniera della città, è stato quello dell’ospedalizzazione nell’eccezionale utilizzo dei servizi materno infantili.
Un lavoro combinato tra operatori pubblici, sanitari e sociali, è stato messo in opera per meglio seguire un bambino lungo la sua storia personale, offrendogli i servizi assicurati e quelli facoltativi, perché possa sempre usufruire delle loro potenzialità nel migliore dei modi.
Il valore delle persone al di là ogni schema classificatorio, nessuno escluso. È la parola d'ordine dell’Albero della Salute, struttura associativa e Centro di riferimento per la Mediazione della Regione Toscana, rappresentata dalla dottoressa Elisabetta Gonfaloni.
Il valore del principio di uguaglianza è sicuramente il pensiero che unisce indiscutibilmente tutti i relatori, quanto l’alta attenzione verso la considerazione per le persone emarginate, unica chiave d’acceso per capire la vita moderna, evidenzia la dottoressa Gonfaloni.
8 Anni di lavoro nel Centro, vissuti come palestra di relazione con il mondo, italiano e straniero, dove le difficoltà, quando superate, diventano strumento di lavoro e cultura di lavoro.
Anche in questa puntualizzazione, il riferimento verso la relazione del dottor Morrone è chiaramente espressa, in quanto bisogno di sprovincializzarsi nella contaminazione culturale.
La comparsa dell’Albero della Salute è avvenuta dall’esigenza di fornire risposte qualificate alle domande di salute che giungevano, e la Struttura non ha fatto altro che raccogliere queste istanze trasformandole negli anni in organizzazione da locale a regionale con il supporto di una rete, per definire unitamente ed il più esattamente possibile una vera e propria cultura della salute.
E la storia di questa esperienza scrive quanto solo pochi anni fa il territorio della Toscana non conosceva nemmeno le sue potenzialità e le sue realtà, ed oggi riunite in un unico programma si definiscono funzioni per le consulenze, studio e formazione in tutte le sue forme e metodologie, e, ovviamente il raggiungimento della massima espressione delle risorse nella mediazione culturale. Un lavoro, sicuramente in un’area più armonica di tante altre del Paese, ma in continua crescita con l'obiettivo di abbattere gli ostacoli le barriere d’accesso ai servizi, fino alle contestazioni nelle coabitazioni in spazi comuni con la popolazione locale.
Le attività svolte dall’Albero si sono concentrate soprattutto nella produzione di materiale informativo, formazione in ambienti pubblici su temi di medicina ufficiale, tradizionale ed etnica, con il focus rivolto sulla prevenzione ed il diritto alla salute. Altrettanto interessanti sono i progetti, e per segnalare soltanto i più importanti, la dottoressa ricorda quello sulla Rete Sensibile per igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, quello sulla Promozione della salute per le donne immigrate, e per ultimo la Riqualificazione dei servizi consultoriali.
Un lavoro, quando è svolto con serietà, comporta riflessioni critiche su quanto si svolge in attività, e da questo esame si è analizzata la criticità della formazione degli operatori migranti e le molte difficoltà paragonabili solo al numero dei contatti. Quindi si indica la ridefinizione della mediazione come investimento didattico per conciliare diverse aspettative. La formazione qualifica le competenze ed il metodo utilizzato per la mediazione è indispensabile per il SSN, come garante di una parte della salute.
Un esempio d’intervento integrato con diversi attori, è dato dal capoluogo emiliano, ed è stato illustrato dal dr Alberto Chiaveza, nella priorità ad accedere ad un sistema integrato fra la sperimentazione delle diversità in un impianto di valori comuni.
Una rete a cui fa parte la Consulta del Comune di Bologna per l’inclusione sociale, oltre che un rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, uno del Terzo Settore, uno della Provincia e della Regione Emilia Romagna.
In altre parole: l’unità fa la forza, soprattutto quando le difficoltà sono molte, preoccupanti ed inquietanti, per una comunicazione alta nel suo significato tra gli attori coinvolti nel rispetto delle varie politiche d’intervento, differenti nei campi d’azione. Unico sistema di lavoro per costruire qualcosa, una politica come risultato efficace tra le tante intrecciate sulla salute, ambiente etc.
Sono stati creati Piani di Zona, esperienza utile e di partenza per intervenire in seguito in una politica integrata con una rete strutturale, e la salute è sempre il banco di prova irreversibile per valutare i risultati raggiunti.
L’incontro è sempre difficile, ma non si esce da questa soluzione di comunicazione con l’altro, pone l’accento il dottore, come missione d’intervento politico, e anche se il lavoro di un’indagine “La qualità della vita sotto le Torri” è ancora in atto per verificare i risultati e comprendere il livello d’integrazione raggiunto nelle condizioni di vita della popolazione straniera, in altre parole gli effetti ottenuti. L’indagine coinvolge una popolazione giovane ma con un range alto dai 18 ai 64 anni, formato da 17 nazionalità e se anche il numero è non numeroso, 450, l’indagine è molto approfondita sulla salute, sicurezza, studio, e tantissimo ancora.
Il lavoro è forte di un coinvolgimento pubblico con 22 comuni della provincia di Bologna, INPS, i dati dell’Anagrafe, sotto la guida del coordinamento scientifico della Provincia, insieme al privato che ha fornito operatori formati, la produzione di materiale e questionari. Un corpo di ricercatori, formato professionalmente per capire come vive la popolazione migrante confrontandolo a qualche anno fa, per conoscere lo stato di salute e le premesse che l’hanno condizionato e determinano: le malattie o le condizioni professionali. Analisi spostata anche verso coloro che chiedono l’elemosina.
In altre parole il significato di un’indagine a questi livelli e con tale implicazione di attori, conclude il relatore, è per comprendere la società e avviare politiche o confermare azioni, per una valida riceduta sui cittadini tutti; individuare aree d’intervento per i cittadini immigrati, incentivare politiche di territorio, informare sui servizi presenti sul territorio. Insomma una ricerca scientifica e di servizio.

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31 Maggio

L’Exposanità con una conferenza dedicata all’impegno clinico indirizzato all’assistenza socio sanitaria della popolazione emarginata ed alla componente migrante con il suo bagaglio di problemi, stabilisce uno spazio come vero contributo per una sanità trasparente, efficace e moderna.

Curare nella Società multietnica
Per una alternativa alla logica cartesiana ed alla “Cultura dei soddisfatti”

Per la manifestazione bolognese, la Conferenza “Curare nella Società multietnica” rappresenta una grande opportunità per unire la cultura di migranti, che appartiene alla comunità italiana, con quella dei migranti in arrivo, sempre più numerosi e sempre più “italiani” quando le nascite nazionali sono per il 19% dovute a genitori entrambi stranieri.
Esistono dinamiche veloci e sfuggevoli, molto raramente analizzate e ben rappresentate dai media, presenta Giovanna Dallari, esperta in medicina delle Migrazioni, che presenta e modera la conferenza, ponendo l’accento quanto l’esperienza illustrata dai clinici invitati rappresenta un osservatorio vero, un primo esame in anticipo su tutto ciò che seguirà, dai bisogni alle attese. Osservazione diretta al di là della domanda sanitaria, frequentemente seria, ma che nasce dal bisogno di guardarsi e capirsi. Patrimonio portato avanti alla platea dal dottor Davide Mosca, del Dipartimento Salute e Migrazione dell’Organizzazione Internazionale Migrazione (OIM), e dal professor Aldo Morrone, Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle popolazioni migranti e per il Contrasto delle Malattie della Povertà.

Il dottore Mosca presenta l’Istituto che lega 120 paesi nell’assistenza allo sviluppo delle politiche migratorie. Nella sua esperienza come chirurgo in Africa, ha compreso quanto il costo per curare una persona equivale alla prevenzione per 100, e tale considerazione ha determinato il suo ruolo successivo nelle strategie globali di prevenzione e sulla determinazione di salute pubblica.
È naturale, afferma il dottore, quanto le dinamiche contemporanee di salute e migrazione si intersecano, e la presidenza Portoghese alla Comunità Europea sembra aver fatto proprio questa considerazione, avendola inclusa nell’agenda di lavoro continentale. Posizioni generiche, si può obiettare, ma comunque obbligano tutti i Paesi a fornire risposte sulle politiche adottate nei tempi previsti di due anni.
Certamente tutte le ratifiche formate a livello globale, vengono quasi per nulla rispettate a livello nazionale. E qui sta la politica di vigilanza delle organizzazioni internazionali.
Punti come snodo per le politiche da attuare partono da: 1- le politiche migratorie non sono sinonimo di malattia, ed è antico ed obsoleto il paradigma del migrante come portatore di malattie, ma è indubbio che oggi il movimento umano sposta i rischi di contrarre patologie scomparse in aree del mondo occidentale; 2- il fenomeno migrante sta divenendo sempre più circolare, cioè fatto da persone che si spostano continuamente dal paese d’origine a quello di lavoro per poi fare ritorno; in un continuo scambio “patologico” tra nord e sud del mondo; 3- fattori a rischio per l’emigrante, quando non è volontario ma obbligato per eventi nazionali e dalla mancanza di possibilità di vivere, proporzionalmente in crescita e per lo stato di precarietà che vive anche nei paesi d’arrivo; 4- il termine migrante è insufficiente e bisogna ormai considerarlo come viaggiatore, inglobando il corpo militare, i turisti, i missionari, i professionisti aziendali ed anche le “lavoratrici di strada”. Esistono “categorie” con un alto livello di vulnerabilità condizionata dallo stato di irregolarità, quindi anche facili prede dell’illegalità.
Il fenomeno migrante è caratterizzato da profughi e sfollati per cause ambientali ma anche epidemiologiche che procura un traffico di persone sempre più ampio che rientra nel processo naturale di osmosi, da una società ad un’altra.
Sono persone fragili che partono già da una condizione di debolezza e attraversano stati e situazioni in assenza di servizi sanitari, di conflitti, di ostilità, e tutto questo aumenta il loro stato di cagionevolezza.
Si sposta il 3% dell’umanità ed il 50% è composto da donne. Gli irregolari sono soprattutto minori, anche accompagnati, e uomini. Rappresentano la parte mobile invisibile e quella più a rischio; quella più esposta a traffico umano a sfondo sessuale (4 milioni di persone sfruttate nel mondo), sfruttamento professionale e a qualunque possibilità di lucro sulla loro pelle per un miliardo di ragioni dovute allo status.
I Paesi, tanti e dislocati tanto al nord quanto al sud del mondo, sono sempre più spesso meta e origine di partenza, per il fenomeno migrante, a seconda delle condizioni di vita che si definiscono. Diventa sempre più importante, per usare un verbo leggero, studiare il transito, l’arrivo e il ritorno del migrante, cioè analizzare il ciclo.
Tutto ciò si confronta con un quadro politico sempre più restrittivo e meno disposto all’integrazione, alla regolarizzazione. I problemi di salute rimangono senza soluzioni e i problemi connessi non vengono risolti per ingrandirsi giorno dopo giorno.
Urge una nuova politica per una sempre maggiore facilitazione all’accesso dei servizi. Il 74% dei problemi derivate da malattie per la popolazione migrante è dovuto al problema centrale di forte stress per una condizione mentale e psicologica esaurita. La salute è l’accesso ai servizi per tutti e per tutti. Questa condizione è un vantaggio per ognuno, per la salute pubblica, per l’economia, per la nostra economia e per la loro economia. Altrettanto urgente è la formazione per la medicina della migrazione per guidare un fenomeno che anche se esteso nei numeri è solo all’inizio.

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Il professore Aldo Morrone rivoluziona un pregiudizio medico, all’inizio del suo intervento: occuparsi delle migrazioni, della medicina per le migrazioni, non vuol dire non occuparsi di ricerca scientifica, anzi.
D’altra parte il fenomeno migrante è ricerca, è esame ed osservazione, e allora Morrone illustra con diapositive stati di povertà lungo il confine tra Eritrea e Somalia, spostando il paradigma del confine tra ricchi e poveri, privilegiati e non, tra chi ha e chi non ha.
Ecco le ragioni della fuga, una fuga terribile fatta di violenze e morte, ricordando che la prima causa di morte per i migranti in Europa è quella per annegamento, sempre sottostimata per ovvie ragioni di scomparsa. Persone in evasione da un’aspettativa di vita di circa meno della metà del resto del mondo, da una mortalità materna e infantile drammatica, da patologie che riducono progetti di vita, com’è il caso dell’AIDS che in molti paesi dopo il 2000, hanno visto precipitare il valore della vita a minimi di dignità umana Ma in tutto questo risiede la ragione del perché prendersi cura di un miliardo e 330 milioni di persone in fuga.
Il professore indica nei bambini morti per denutrizione, mancanza di igiene e patologie, un numero vicino ai 12 milioni ogni anno. I commenti a fronte di un dato a tale livello si spengono dietro le immagini che scorrono ed offrono immagini di dolore e di danni profondi su carni delicate. Ma i numeri, continua il professore, indicano segnalano ma non sorreggono un emozione se non si vedono i danni di una spaventosa sperequazione dei beni a disposizione dell’umanità. Dunque 800 milioni sono i bambini nel mondo che soffrono la fame e quasi 2 miliardi le persone che sono affetti di anemia, sempre a causa di un’alimentazione insufficiente.
I determinanti della salute sono sociali e non farmacologici e l’elemento determinato e determinante in ogni processo è la povertà. Povertà riconosciuta come malattia non contagiosa ma trasmissibile dall’OMS fin da 1995 con un codice chiaro, ma ancora istituzionalmente non accettata come intervento sanitario per contrastarla o lenire i danni che provoca.
La povertà è identificata nelle diapositive che illustrano persone, tante, che raccolgono chissà cosa nelle discariche delle enormi e poverissime megalopoli del terzo mondo, mentre Aldo Morrone elenca i danni della diarrea e delle diverse patologie che affliggono l’umanità a fronte delle politiche attuate dalle aziende farmaceutiche tra percentuali e profitti che poco hanno a che vedere con l’area povera del mondo.
E ritornano alla ribalta malattie dimenticate perché mai affrontate come la Leishmaniasi e la malattia del sonno. Patologie rare in occidente, conosciute come informazione sui tavoli di lavoro dalle notizie d’agenzia, quando rilevano un alto numero di decessi in nazioni lontane. Come con altrettanta indifferenza si ricevano e si diogeriscono notizie sulle violenze etniche come quelle accadute in Ruanda, che ha visto 1 milione di morti e 10 milioni di profughi che vivono in condizioni disumane.
Ma il mondo non è così lontano come sembra essere, ci ricorda Morrone. Le politiche del mercato procurano degli effetti anche nella ricca Europa dove albergano più di 60 milioni di poveri. Sono vicini a noi e basta nascere in una zona diversa nella stessa città per avere la metà delle opportunità di riuscita e di aspettativa di vita, questo tanto a Glasgow quanto a Napoli, a Torino come a Malmoe.
Cambiano i visi, più famigliari, nelle diapositive, ma il professore ci guida nel comprendere che dietro occhi azzurri si celano stesse ingiustizie, anche se con effetti meno drammatici di quelli nell’Africa sub sahariana. Occhi che guardano futuri differenti per le politiche rivolte alla cittadinanza; è accaduto in Germania come a New York nei confronti degli italiani, e adesso è il turno degli italiani.
A seguire il professore Aldo Morrone descrive gli aspetti di politica sanitaria che attua l’Istituto Nazionale per le Promozione della salute per le popolazioni Migranti ed il contrasto alle Malattie della Povertà che anche se con definizioni diverse ha visitato negli anni circa 100 mila persone. Le problematiche dei pazienti in arrivo leggermente diverse da quelli di altri istituti, hanno creato ambulatori e servizi appropriati per le malattie sessualmente trasmissibili, interventi misurati per le donne vittime di tratta, per sostenere la frequente richiesta d’interruzione volontaria di gravidanza, le malattie correlate all’AIDS soprattutto nel viaggio della speranza che porta tanti malati in Europa come ultima frontiera prima della morte come destino inevitabile.
E allora la salute con la S maiuscola, puntualizza Morrone, si scrive quando s’individua cosa porta la persona che siede di fronte, oltre la sua domanda di aiuto. Capire il suo ambiente ed il suo stile di vita, ricordando che solo per il 20% la soluzione risiede nell’intervento farmacologico e spesso molti disturbi provengono dalla denutrizione.
Strana nazione e società la nostra, che sorreggendo il valore della spettacolarizzazione dimentica o meglio accantona i problemi degli ultimi e del prendersi cura dei poveri. Sapere, conoscere e far conoscere il dolore e la sofferenza non come non valori, è un bisogno imprescindibile di un’etica di vita e di lavoro, un’etica di responsabilità e di solidarietà che risiede tutta in una parola, ancora: prendersi cura.
È un Aldo Morrone coinvolto e coinvolgente tra il grido d’indignazione e le immagini delle diapositive che continuano a scorrere alle sue spalle, che forma un tutt’uno con la platea.
“È il fine che giustifica i mezzi? No. È dai mezzi che capisci i fini.” Una tecnica per comprendere le politiche d’integrazione e di amministrazione dei servizi pubblici, ci ricorda Morrone. E allora si apre la lotta all’ingiustizia a al ripristino dei valori culturali di tutti e alla loro effettiva valorizzazione per contrapporsi al menefreghismo politico e imperante, e all’abbandono di ogni intervento.
La medicina giusta, in questa società, è la cura nell’intimità, nell’ascoltare, nel cercare un’armonia con il “malato”, dunque nella relazione. Nella tenerezza senza ossessione e nell’accettare le scelte culturali perché conviviamo, condividiamo e la compassione, sottolinea Morrone, è la capacità di condividere.
Fuori dalla relazione c’è il vuoto.
Morte e rinascita. Rinascita da tutte le ingiustizie per rinascere nel cosmo in polvere di stelle. Morrone a questo punto della relazione prende in braccio la platea e la trasporta lontano dalla sala. La trasporta lontano dalle ingiustizie e dai dolori ricordando che tutti noi siamo composti da polvere di stelle, riciclati dall’esplosioni di uno o più Big Bang stellari.
Le stelle, quelle giovani e quelle anziane, la storia delle stelle è la nostra storia di vita con pochi elementi di base, ma sufficienti per dare vita e inoltre multiforme. Ma è il mistero della semplicità: da sette note esce la nona di Beethoven e Michelle dei Beatles. E allora si saranno belli i piani sanitari complessi e complicati ma la vera risposta è nella semplicità e risiede nel colmare l’assenza degli affetti nella scuola nel lavoro.
E il professore Aldo Morrone al termine ci ricorda la giustizia cosmica che rende tutti dipendenti dalle stelle, tutti coinvolti nell’evoluzione, nessuno escluso. Uniti dallo stesso destino, fratelli e sorelle dello stesso codice genetico. E l’evoluzione dell’universo risiede nella sua complessità e tenerezza.
Un silenzio commosso ha ritardato un applauso caldo e sentito di un pezzetto dell’universo in quella sala.