"Un’altra Gaia è possibile? Alternative alla crescita e nuovi modelli di sviluppo" - 4° incontro del XV Corso Internazionale di Medicina Transculturale
Giovedì 29 aprile, presso l’Aula Agostini l’INMP, si è tenuto il 4° incontro del XV Corso Internazionale di Medicina Transculturale, dal titolo "Un’altra Gaia è possibile? Alternative alla crescita e nuovi modelli di sviluppo".
Oggetto dell’incontro, coordinato dal Direttore dell’INMP, Prof. Aldo Morrone, è stato un’analisi globale della situazione ambientale in rapporto alla salute delle persone ed alla costruzione partecipata di un modello di comportamento comune volto alla individuazione di un paradigma altro da quelli esistenti. Il tutto, all’interno di un quadro complesso dove i campi interessati sono quelli della prevenzione e promozione della salute attraverso politiche mirate; delle migrazioni, sia di tipo permanente (in conseguenza di guerre, catastrofi ambientali, carenza di risorse primarie), sia di tipo temporaneo (in primis per motivi turistici). Ciò dovrebbe spostare con forza l’attenzione e l’analisi relativa al nostro pianeta in termini di salute globale, dove il concetto di ben-essere è allora definito da variabili quali la possibilità di accesso alle risorse primarie (acqua e cibo), economiche, al diritto alla cura, all’assenza di guerre, all’aspettativa di vita, al trend demografico.
Tra i vari interventi, Silvia Giardina, biologa dell'INMP, ha proposto un’analisi approfondita in merito alle migrazioni ambientali. Partendo da Tuvalu, nazione insulare che si trova a pochi metri sopra il livello del mare e che rischia di inabissarsi a causa dell’aumento del livello medio degli oceani dovuto ai cambiamenti climatici, ha offerto una panoramica sul fenomeno delle migrazioni ambientali e una stima delle persone coinvolte. Si prevede per l’anno corrente una cifra pari a 50 milioni di migranti ambientali, che raggiungerà i 200 milioni nel 2050. Secondo la Croce Rossa (World Disasters Report), il numero delle persone costrette ad abbandonare il proprio paese a causa del degrado ambientale e delle catastrofi naturali è maggiore rispetto a quelle infuga dai conflitti armati. A fronte di questo dato, è da sottolineare l’attuale assenza di riconoscimento e protezione legale per queste persone, le quali sono costrette ad emigrare a causa di processi ambientali lenti ma devastanti, come la desertificazione, oppure per eventi ambientali estremi ma transitori, aggravati dai cambiamenti climatici. Si tratta di individui estremamente vulnerabili poiché non tutelati dalle leggi internazionali: la definizione classica dei rifugiati (persone in fuga da guerre e da regimi autoritari) infatti non li include. Un ulteriore dato da non sottovalutare è la correlazione tra carenza di risorse primarie e generazione di conflitti. Tutti questi processi non escludono però il fatto che la vulnerabilità delle persone ai cambiamenti ambientali è soggettiva e riflette l’interazione tra la capacità di adattamento, la sensibilità individuale e il livello di esposizione. Il grado di vulnerabilità, quindi, cambia non solo da Paese a Paese, ma anche tra diverse comunità e persino all’interno dello stesso nucleo familiare.
Adela Gutierrez e Marta Mearini, psicologa e antropologa dell’INMP, hanno illustrato i contenuti e gli obiettivi della Conferenza Mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra, svoltasi a Cochabamba, Bolivia, tra il 20 e il 22 aprile. Alla Conferenza, lanciata dal presidente boliviano Evo Morales dopo il fallimento del summit di Copenhagen di dicembre, l’INMP ha partecipato portando il suo contributo ai lavori del 6° gruppo, dedicato al tema degli “Ecomigranti”. La Conferenza è stata strutturata in 17 gruppi di lavoro, al quale se ne è aggiunto uno ulteriore, autoconvocato e indirizzato alla studio delle problematiche interne al paese. Le cifre parlano di oltre 40.000 partecipanti da tutto il mondo, tra attivisti, studiosi e intellettuali provenienti da 142 paesi. Novanta le delegazioni presenti in rappresentanza di altrettanti governi. Ognuno dei 18 gruppi di lavoro ha elaborato un documento di analisi e proposte che sono alla base dell’agenda di azione e del calendario di priorità attraverso i quali arrivare a Cancun, dove si terrà, a fine anno, la prossima Conferenza delle Parti sul clima. Dal 6° gruppo di lavoro è emersa la necessità di ridefinire il concetto di salute, partendo dalla definizione formulata dall’OMS. Quello a cui bisogna guardare per una nuova riformulazione del concetto è la definizione delle risorse disponibili e della loro distribuzione tra i paesi (ad oggi il 20 per cento della popolazione consuma l’80 per cento delle risorse). Il documento finale si apre con la seguente frase “Oggi la nostra madre terra è ferita e il futuro della nostra comunità è in pericolo”. Queste le proposte avanzate a chiusura dei lavori: la costituzione di un tribunale internazionale per la giustizia climatica; il riconoscimento del debito climatico e delle responsabilità del nord del mondo.
Lorenzo Manni, StudioGheo, ha aperto il suo intervento con una breve presentazione dell’Ipotesi Gaia, teoria formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock (1979) e basata sull'assunto che l’atmosfera, gli oceani, i mari e tutte le componenti geofisiche del pianeta terra si mantengono in condizioni idonee alla presenza della vita grazie al comportamento e all'azione degli organismi viventi tutti. L’obiettivo che bisogna allora porsi è quello di intercettare i fenomeni in “embrione” e creare una coscienza locale. Obiettivo inteso come nuova frontiera della cooperazione ambientale. Un esempio è il progetto avviato nel Ghana, ad Axim, capitale del Distretto Nzema Est, che conta ad oggi circa 25000 abitanti. Un'area semi urbana, città costiera e centro del commercio del pesce, che ha triplicato la sua popolazione dagli anni '60 fino ad oggi. Realizzato all’interno di una situazione igienico sanitaria nettamente deficitaria, dove il 32 per cento della popolazione non ha accesso all'acqua potabile e il 70 per cento delle abitazioni non è dotata di servizi igienici, il progetto si è posto l’obiettivo di creare un sistema partecipativo di gestione integrata dei rifiuti solidi. I pozzi esistenti non sono coperti, sono assenti sistemi di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi, i quali vengono gettati ovunque (spiagge, canali di scolo delle fogne, spazi verdi). Il progetto intende far fronte all'assenza di politiche e servizi locali e nazionali di gestione dei rifiuti urbani e, di conseguenza, alla proliferazione di aree malsane e malattie universalmente riconosciute come ambientali. Gli interventi avviati (toilet pubblica; impianto smaltimento finale rifiuti; centro raccolta riciclaggio dei rifiuti plastici; promozione cittadinanza attiva e partecipazione; etc) hanno visto un interessamento attivo della popolazione locale tutta (autorità di distretto, autorità tradizionali, cittadini) con avanzamento di proposte e soluzioni ai problemi riscontrati durante le fasi del progetto.
Micheal Singleton, Università di Louvain, ha focalizzato il suo intervento sul tema della decrescita, offrendone una lettura di tipo antropologico. Il suo intervento si è basato su una ricerca da lui svolta a Dakar, al fine di rilevare come gli abitanti definivano l’uso dei cani da parte dei nuovi ricchi al solo fine della compagnia. Tra le persone intervistate un uomo musulmano del sud del Senegal ha dato una risposta sorprendente. L’uso riconosciuto dei cani da parte della popolazione del Dakar ha tre finalità: sorvegliare gli animali; aiutare nella caccia; avvertire della presenza di spiriti cattivi. Poiché i nuovi ricchi africani non avevano più interesse nell’andare a caccia (tanto meno bisogno), né credevano più agli spiriti, ne conseguiva l’inutilità della presenza di cani. Il loro uso, finalizzato alla semplice compagnia svuotava di ogni senso il concetto di cane, divenendo un’assurdità. Il grande errore strutturale commesso dagli occidentali, è quello di esportare il proprio “cane” come unico modello culturale valido e quindi applicabile all’interno di ogni cultura altra. Questo ragionamento non deve però portare all’accettazione del concetto di relativismo puro, bensì alla consapevolezza del “soffitto culturale sulla testa di ognuno”.
Paolo Saraceno, IFSI (Istituto Nazionale di Astronomia ed Astrofisici), apre il suo intervento fornendo alcuni dati. L’81 per cento dell’energia mondiale è ottenuta bruciando combustibili fossili, il cui uso, evidentemente eccessivo, è una delle cause principali di degrado ambientale. Ogni anno vengono distrutti tra i 10 e i 13 miliardi di ettari di foresta. Dal 1800 si produce gas serra che l’ecosistema non riesce ad eliminare. L’equilibrio con la natura oramai si è perso. E la rottura non è conseguenza del comportamento delle persone, che è divenuto più virtuoso, ma dell’incremento della popolazione. La situazione in cui ci troviamo è irrisolvibile; si deve trovare il modo per raggiungere un equilibrio differente, costruendo un modello di società diverso da quello esistente. Un esempio interessante è quello della carestia che ha colpito il Sahel nel 1973 (Senegal, Mauritania, Mali, Alto Volta, Niger, Chad i paesi coinvolti). I dati parlano di 100.000 morti e 7 milioni di persone dipendenti da aiuti internazionali per la loro sopravvivenza. Causa della carestia non è attribuibile alla siccità o a cambiamenti climatici, quanto all’azione dell’uomo. Ovvero, l’introduzione della scienza moderna ha causato un netto miglioramento delle condizioni di salute, con un conseguente aumento della popolazione (si parla di un tasso di crescita del 2,5 per cento annuo), non accompagnato però da un modello di sviluppo adeguato. Il fallimento della Conferenza di Copenhagen è stato il non riconoscere e accettare che i paesi meno sviluppati o in crescita vogliano vivere come quelli sviluppati. Dobbiamo dunque lavorare per capire quale modello esportare, e adottare. Per fare ciò solamente la scienza può essere di aiuto.
Giuseppe De Marzo, Associazione A Sud, ha presentato il libro “Buen vivir. Per una nuova democrazia della terra”. Le domande cui si cerca di dare una risposta sono: esiste un’alternativa al modello capitalista? È possibile sperimentare un nuovo patto sociale e ripensare le forme di rappresentanza? Si può migliorare la vita di milioni di persone ora tenute ai margini? Si può coniugare l’economia con la difesa dell’ambiente? Dall’America Latina all’Asia, all’Africa, a molti territori e comunità del Nord del mondo i conflitti ambientali e sociali hanno creato le condizioni per la formazione di una risposta nuova, che a partire dalla democrazia deliberativa e dalla responsabilizzazione collettiva, lavora alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul buen vivir, che è oggi tra i principi fondanti della Costituzione della Bolivia e dell’Ecuador.

