"Sotto lo stesso cielo: dove i confini diventano soglie" - Ultimo appuntamento del XV Corso Internazionale di Medicina Transculturale
17 Giugno 2010 - Antico Ospedale San Gallicano (Trastevere)
Giovedì 17 giugno, presso l’INMP, si è tenuto il 6° incontro del XV Corso Internazionale di Medicina Transculturale, "Sotto lo stesso cielo: dove i confini diventano soglie".
Oggetto della giornata, coordinato dalla dott.ssa Paola Scardella, INMP, è stato una analisi delle modalità di incontro tra culture diverse. Questa, attuata attraverso l’individuazione di alcune differenze, tra cui le disuguaglianze di salute, la comunicazione paraverbale, il percorso di apprendimento delle regole di comunicazione tutte. Si è voluto presentare, dunque, una lettura trasversale delle differenze che interessano persone provenienti da Paesi Altri, partendo dalla consapevolezza di essere tutti parte dello stesso mondo, quindi tutti sotto lo stesso cielo. I confini che dividono una persona dall’altra, una cultura dall’altra, devono quindi essere osservati e conosciuti, al fine di non renderli delle barriere, ma, al contrario, un valore aggiunto.
Tra i vari interventi, Stefano Vella, INMP, che come medico si è occupato di malattie infettive, ed in particolar modo dell’aids, ha offerto un’approfondita lettura sul tema delle disuguaglianze di salute tra nord e sud del mondo. Il suo intervento si è aperto con una panoramica degli stravolgimenti che alcune scoperte hanno prodotto in tema di salute. Questo per introdurre il tema della disuguaglianza di salute. Ovvero, perché si ha ancora tale disuguaglianza. La prima domanda da porsi, analizzati alcuni dati, tra cui la mortalità materno infantile (il numero di decessi causati dalla gravidanza sono, in Africa, pari a 1 ogni 16 gravidanze). Il Millennium Development Goals firmato da tutti i 191 stati membri dell’Onu, si pone 8 obiettivi, di cui la maggior parte riguardanti la salute (sradicare la povertà estrema e la fame; ridurre la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattare l’HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie). Ad oggi gli obiettivi non sono stati raggiunti. E’ ancora un privilegio dei ricchi poter partorire in sicurezza; la fame è cresciuta. Per quanto riguarda l’AIDS invece qualcosa è cambiato. Così come è avvenuto nel nord del mondo nel 1996, la curva di infezione da HIV è in discesa. Questo a fronte di una netta differenza di genere, dove le donne hanno una probabilità di 8 volte maggiore di contrarre il virus dell’HIV. A questo si deve aggiungere l’assenza di forme di prevenzione della trasmissione materno fetale, rispetto ad azioni che hanno quasi annullato tale trasmissione nel nord del mondo. Ecco uno dei motivi per cui la diseguaglianza di salute dovrebbe quindi essere l’obiettivo della programmazione di salute.
Francesca Anello, INMP, ha presentato un’approfondita analisi sul ruolo della comunicazione, sia verbale che non verbale, nell’integrazione e nell’interazione tra culture diverse, illustrando come, quanto e quando la comunicazione - ed in particolar modo quella non verbale - può essere un fattore di unione o di divisione tra persone appartenenti a culture diverse. Se la comunicazione verbale, e quindi il linguaggio, ci sembra essere una delle prime “barriere” all’accesso ad una cultura diversa dalla nostra, anche la comunicazione non verbale - e quindi l’insieme di tutti quegli elementi paraverbali che hanno la funzione di accompagnare, rafforzare, completare, ma spesso anche addirittura contraddire il parlato - ha “regole” e caratteristiche proprie che variano, spesso anche molto, da cultura a cultura. Sono tra 6.000 e 7.000 le lingue parlate al mondo, da oltre 6 miliardi di persone; a queste si devono aggiungere anche tutti gli elementi che costituiscono la comunicazione paraverbale (ovvero la gestualità, lo sguardo, il sorriso, ecc.), la cui rilevanza, nello scambio comunicativo, supera quasi sempre quella del parlato. Molti studi hanno, infatti, dimostrato che l’attenzione della persona verso il suo interlocutore si focalizza per il 55 per cento sul movimento del corpo; per il 38 per cento sull’aspetto vocale; per il 7 per cento sull’aspetto verbale. L’ efficacia del messaggio è in minima parte dovuta al significato delle parole. La comunicazione non verbale è correlata, inoltre, a fattori genetici e ambientali, ed è articolata in quattro sistemi: sistema paralinguistico (caratterizzato da: tono; frequenza; ritmo; silenzio); sistema cinestesico (ovvero tutti quegli atti espressi attraverso i movimenti del corpo); prossemica (i messaggi inviati attraverso la gestione dello spazio); aptica (messaggi espressi attraverso il contatto fisico). Le differenze tra culture sono nette, anche tra culture di paesi vicini (basta pensare al Nord Europa). La comunicazione paraverbale è necessaria per la comprensione con l’altro, dove l’unione con l’altro è dipendente proprio dalla comprensione del mondo dell’altro.
Sandrine Sieyadji, INMP, ha aperto il suo intervento con una piena condivisione in merito all’importanza della comunicazione non verbale, come vettore per la comprensione dell’altro e come ulteriore e non secondario linguaggio di forte differenziazione tra le culture. Questo ad esempio, è possibile riscontrarlo attraverso il racconto della sua cultura di provenienza. Nata nel Camerun, mediatrice presso l’Istituto dal 1995, si è trovata in primis ad affrontare una situazione confondente, dove il proprio linguaggio paraverbale differiva totalmente, per alcuni aspetti, da quello italiano. Ad esempio, mentre gli occhi chiusi sono per lei indicatore di concentrazione ed attenzione verso l’altro, in Italia sono considerati come espressione di disattenzione, distacco, disinteresse, noia. Questo per sottolineare il forte lavoro iniziale avviato da ogni mediatore culturale, che inizia con un percorso da attuare su se stessi, per poter quindi divenire un ponte tra due culture, inteso come canale di comunicazione da un punto all’altro, ovvero un mezzo neutrale. Per questo i mediatori devono studiare ed aggiornarsi continuamente, per poter dare informazioni in merito all’accesso ai servizi sociosanitari, trovare, attraverso lo studio della legislazione, tutti quei passaggi che ostacolano o promuovono l’accesso a tali servizi. La problematica che ad oggi i mediatori si trovano ad affrontare, è quello della seconda generazione. Una persona che decide di intraprendere tale percorso deve infatti conoscere perfettamente la lingua madre, così come la lingua del paese dove vive. Questo perché deve essere in grado di comprendere anche le piccole variazioni della lingua, dove le capacità comunicative, di relazione e gestione dei conflitti, sono le basi su cui lavorare per divenire un canale di comunicazione tra due punti.
Ernesto Ruffini, Associazione “A buon diritto”, ha offerto una lettura di tipo legislativo alla tematica della uguaglianza/differenza. Partendo dall’art. 3 del dettato costituzionale, che recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” si domanda se le persone immigrate siano o no uguali a noi (dove per noi si intendono le persone nate nel Paese in cui vivono, e non figli di seconda generazione). La risposta è no. Così come ognuno è diverso dall’altro. Il punto non è però l’uguaglianza, quanto invece la parità di diritti, l’uguaglianza di fronte alla legge. Il compito di rendere questi due punti applicati e rispettati appartiene allo Stato. Partire dall’articolo 3 della Costituzione serve per discutere dell’approvazione del testo di legge n. 94 (Pacchetto sicurezza) del 15 luglio 2009, in particolare dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Quello che bisogna chiedersi è come può non ritenersi applicabile l’articolo sopra citato del dettato costituzionale. La Corte Costituzionale si è espressa al riguardo, dichiarando che è possibile, poiché nell’art. 3 la Costituzione parla di “cittadini”. L’art. 10 della Costituzione recita “L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.” Bisogna allora essere generosi nella concessione dei diritti, poiché non sappiamo chi verrà dopo, chi governerà. Lo scopo che il legislatore deve porsi è quello di rendere la legge il meno interpretabile possibile, questo prendendo come esempio proprio la Costituzione. E’ stata scritta con parole semplici, comprensibili a tutti, e in cui tutti si possono riconoscere.
Antonietta Potente, teologa domenicana, si chiede cosa lasciamo alle generazioni future. Il cielo è il nostro ambiente, è un’atmosfera. Siamo noi a ridurlo rendendolo il nostro cielo. Oggi non è così poetico come noi lo immaginiamo. E’ infatti scenario di guerre (pensiamo alle ultime in Iraq, Afghanistan, nei Balcani). Se immaginassimo di interrogarlo, ci racconterebbe le devastazioni compiute. Il cielo dunque non è più una realtà che ci rimanda al futuro, dove il problema non è più arrivare al cielo, ma bensì rimanere dentro, ovvero proteggerlo, proteggere l’ambiente. Trovarsi sotto lo stesso cielo è provocare una comunione. Le sensibilità di ogni persona deve imparare dalle sensibilità Altre. Questo non perché le altre siano migliori, ma poiché ognuna è insufficiente rispetto alle altre. Questo dove il confine che si presenta, nella sua stessa accezione, come un finale insieme, cum fine ha invece subito una lettura altra, ristretta, che ha portato ad una divisione e non alla realizzazione del cum fine. Dunque si pone come concetto totalmente opposto al cielo. Poiché tutti viviamo una sorte ignota, l’atto di tracciare dei confini diviene fonte primaria di sicurezza, dove il primo confine è quello mentale. Tale costruzione porta alla costruzione del pregiudizio come ignoranza, nel senso di non conoscenza e pensiero che tutto ciò che è all’interno del confine è tutto quello che possiamo conoscere. Ognuno si è quindi posto delle mete per gerarchizzare la propria vita. Ma i confini devono essere superati, proprio in una realtà dove, a differenza di quelli territoriali, i confini nell’ambito del mercato non esistono. In ogni percorso comune c’è sempre un incontro, uno scambio nell’oltrepassare i confini.

