Poveri e impoveriti: il futuro viene dal basso - 3° incontro del XV Corso Internazionale di Medicina Transculturale
Giovedì 25 marzo 2010, presso l’INMP-Ospedale San Gallicano, si è tenuto il 3° incontro del XV Corso Internazionale di Medicina Transculturale, “Dalla salute al ben-essere. Appunti per un mondo con-vivibile, con-divisibile e con-viviale”, dal titolo Poveri e impoveriti: il futuro viene dal basso.
Oggetto dell’incontro, coordinato dalla dott.ssa Paola Scardella, INMP, è stato l’analisi del concetto di povertà, dell’impoverimento attuale, dell’accesso alle cure delle persone senza fissa dimora. Giornata di studio inserita all’interno di un anno, quello corrente, designato dalla Commissione europea quale Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. La campagna, avviata con una dotazione di 17 milioni di euro, intende ribadire l'impegno dell'UE ad avviare azioni strutturate, con l’obiettivo di eliminare la povertà. In Italia i dati parlano di un numero superiore agli 8 milioni di persone, le quali versano in una situazione di povertà assoluta. A ciò si deve aggiungere un ulteriore tipo di impoverimento, ovvero sociale e relazionale. Infatti, ciò che si è venuto a disgregare e/o a diminuire è l’esistenza di reti sociali, quali reti di vicinato, amicali nonché familiari. In questo quadro, l’INMP, avvalendosi dell’esperienza trentennale maturata nella presa in cura anche delle persone senza fissa dimora, svolge un lavoro di equipe finalizzato ad offrire un servizio interdisciplinare e integrato, alle persone italiane e straniere senza dimora in situazione di disagio, fragilità o a rischio di esclusione.
Tra i molti interventi della giornata, Miriam Castaldo, INMP, ha offerto una panoramica del Servizio persone senza dimora dell’Istituto, sia dal punto di vista del metodo adottato, sia dell’analisi dei fattori culturali. Il metodo adottato è quello di un approccio transdisciplinare e integrato alla cura, volto a calibrare ogni azione di presa in carico sulla persona, i suoi vissuti, i suoi bisogni. Tale metodo si avvale di diverse figure professionali con l’obiettivo di non frammentare la persona, ma al contrario, individuare il bisogno nell’ambito della soggettività di cui è portatrice. È quindi necessaria la creazione di indicatori che non portino alla omogeneizzazione della povertà come vissuto, ovvero una sua non conoscenza, ma aiutino a comprendere la situazione di povertà da cui la persona proviene.
Daria Maggio, INMP, ha analizzato l’approccio alla salute all’interno della dimensione bio psico socio culturale. L’attività del Servizio persone senza dimora si è avvalsa del lavoro su strada, al fine di realizzare una mappatura sul territorio di Roma delle persone senza dimora, nonché di avvicinarle per la loro presa in cura, dove la sanità non deve essere ferma, in attesa, ma attiva. La vita delle persone senza dimora presenta una oggettivizzazione delle dimensioni di tempo e spazio, inteso come un non luogo. Ciò che viene a mancare è la perdita dell’intimità, la costruzione dello spazio di confine tra l’io e l’altro da me. Lo stesso concetto di casa muta: la casa, infatti, percepita ormai solo come spazio psichico, può essere un carrello dal quale non è possibile separarsi per il rischio di esserne derubati. Parlare di salute in tali contesti diviene complicato. Il modello di analisi ed intervento adottato è lo Skills for life, dove quello che si vuole raggiungere, attraverso l’individuazione di piccoli obiettivi, è la creazione di modelli che permettano alla persona di esserne soggetto attivo.
Don Luigi Ciotti, Gruppo Abele, è partito dall’assunto che non esiste un io, ma un noi. Oggi serve molto coraggio per guardare in faccia la realtà. Quello che stiamo vivendo è un momento storico caratterizzato da una forte crisi del lavoro ed etica, gestita da una politica in crisi anch’essa. Ciò che manca è il concetto di legalità, elemento centrale per una società democratica, sostituito invece da quello di legalità malleabile. Ne è derivata una evasione fiscale su territorio nazionale, che si mantiene su cifre intorno ai 150 miliardi di euro l’anno. La crisi del lavoro (i dati della Banca d’Italia parlano di una crescita del 10 per cento) porta ad una percezione di instabilità, impossibilità di progettazione futura, ansia, depressione, senso di smarrimento. L’incremento della crisi produce un incremento del tasso dei suicidi. La povertà diffusa è passata dal 17 al 20 per cento. L’impoverimento delle speranze porta a dipendenze nuove (e a volte indotte), per sfuggire alla realtà: farmaci antidepressivi (il cui uso è triplicato negli ultimi otto anni); gioco d’azzardo; fuga in una realtà altra, ovvero virtuale. Il problema è quindi di salute intesa come benessere ed equilibrio. L’impoverimento etico e politico è collegato a quello culturale. La stagnazione della cultura ha come ricaduta immediata la messa in pericolo della democrazia stessa. L’informazione, suo vettore principale, è oggetto di tentativi di ostacolo alla sua libera circolazione. Per essere tale però, l’informazione deve essere libera; in caso contrario viene a svuotarsi di significato divenendo qualcosa di diverso. Il reato di clandestinità è la conseguenza di questi impoverimenti. Con esso si è creta una giustizia a due livelli, con ricadute estese ai minori non accompagnati, i quali al compimento del 18° anno di età si vedono cacciati da quello che è di fatto il loro paese. La prima dimensione della giustizia è la prossimità. Di fronte ad una tale ferita, come quella prodotta dall’approvazione del reato di clandestinità, non ci si può indignare, l’indignazione non è abbastanza forte, non provoca un’attivazione, lascia nell’immobilismo; l’emozione che si deve provare è il disgusto.
Don Roberto Sardelli, ha presentato il documentario sul progetto, da lui ideato ed avviato nel 1968, di aiuto allo studio ed educazione “civica” ai figli delle famiglie “baraccate” dell’Acquedotto Felice a Roma sud. L’obiettivo era quello di offrire ai bambini un’apertura sul mondo e fornire gli strumenti per inserirsi nel flusso della vita. La sua lotta è stata quella di dare voce a quelle famiglie che vivevano in una situazione di totale abbandono e indifferenza da parte delle istituzioni, di ghettizzazione da parte della società altra. Il percorso di riconoscimento, in quanto persone portatrici di diritti, è stato lungo ed ha visto la creazione di un libro da parte di tutti i bambini delle baracche, consegnato al sindaco, con una conseguente visibilità e presa di coscienza, forzata da parte delle istituzioni e della società tutta. A distanza di trent’anni gli ideatori del libro si sono nuovamente incontrati, per proseguire l’azione intrapresa adattandola alla società contemporanea. Una società che promuove l’omologazione, la passività dei cittadini incapaci di riunirsi ed attivarsi per i propri diritti. I baraccati, come sono stati loro, esistono ancora, sono le persone immigrate ed i “baraccati sociali”. Bisogna allora ripartire dal principio etico di partecipazione.
Giovanni B. Sgritta, Sapienza Università di Roma, ha presentato il rapporto della Commissione di indagine sull’esclusione sociale di cui è membro. La Commissione attuale, istituita presso il Ministero del lavoro dal Governo Prodi nel 2007, nella elaborazione dei dati e stesura del documento conclusivo si è trovata di fronte ad una forte criticità: i dati dell’Istat sulla povertà assoluta si riferivano al 2007. Il suo utilizzo non era possibile, visto il momento storico attuale, ovvero di quella crisi economica che ha investito ed investe tuttora anche il nostro paese. Si è quindi passati alla elaborazione di una indagine di tipo qualitativo su un campione di tre città rappresentative del nord, centro e sud Italia (Torino, Roma, Napoli), utilizzando come fonti di dati sia quelli sulla Forza lavoro elaborati quadrimestralmente dall’Istat, sia quelli sulle persone in cassa integrazione, elaborati dall’Inps. Una seconda problematica affrontata dalla Commissione è stata -ed è, il rifiuto da parte dell’attuale Governo di parlare di povertà relativa –intenzione esplicata nel Libro Bianco del Ministro Sacconi. Il Governo, si vuole occupare dunque solo di coloro che versano in uno stato di solitudine e di abbandono, azione per la quale non serve alcuna erogazione monetaria, bensì carità e dono.
Alessandro Radicchi, ONDS - Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle stazioni italiane - ha analizzato la situazione in cui versano le persone senza fissa dimora, presenti sul territorio di Roma. Quello che manca è un dato relativo al numero su territorio italiano. Lo sportello Help center, situato presso il binario 1 della stazione Termini di Roma, offre un servizio di ascolto,
consulenza e presa in cura, questo attraverso l’Health center istituito in collaborazione con l’INMP. Si rivolgono allo sportello 2500 persone l’anno. Un numero riferito alle persone che, spontaneamente, e attraverso il passa parola e il lavoro su strada dell’Osservatorio si rivolge allo sportello, è indicativo per riflettere sul numero -il cui dato reale non esiste- di persone senza dimora presenti nella sola città di Roma.
Gabriele Del Grande, Fortress Europe, ha presentato il libro “Roma senza fissa dimora”, risultato di un’esperienza di ricerca attuata attraverso il vivere per tre settimane lungo le strade di Roma, partendo dalla stazione Termini, al fine di entrare in contatto con le persone senza dimora e con la loro realtà quotidiana. Questo per raccogliere storie che restituiscano la soggettività, per riconoscere l’altro e la voce dell’altro, nel tentativo di sparire per dare voce agli altri. Quello che oggi la società propone è una medicalizzazione del disagio, dove ogni azione viene letta come dettata unicamente dalla libera scelta, all’interno di una concezione individualista della società. Ciò che invece emerge dal contatto con le persone senza dimora, è un’azione molto forte volta alla richiesta di aiuto, dove il percorso di arrivo è segnato da ferite interiori mai cicatrizzate, da qualcosa che si è spezzato dentro. Alle risposte mancanti da parte dello Stato e della società ne deriva un forte senso di rabbia, di abbandono, proprio per quella richiesta di aiuto negata.

