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“La mediazione culturale e la tutela della salute per tutti” - Il Convegno dell'INMP al Sanit 2010

“La mediazione culturale e la tutela della salute per tutti”

Venerdì 25 Giugno, in occasione del Sanit 2010 - VII Forum Internazionale della Salute, si è tenuto il convegno “La mediazione culturale e la tutela della salute per tutti” organizzato dall’INMP.

Tra i vari interventi tenutisi nella sessione pomeridiana Sandrine Sieyadji, mediatrice cultuale dell’INMP, ha sottolineato come sia essenziale, per le fasce deboli e marginali della popolazione che si rivolgono ai servizi pubblici, poter fare affidamento sulla figura professionale del mediatore culturale: una figura di riferimento, capace di accogliere e di prendersi cura della persona anche in presenza di condizioni sfavorevoli, come l’assenza di documenti o l’impossibilità di rivolgersi ad un proprio medico di base.

Il Dott. Roberto Testa, Direttore Sanitario dell’INMP, ha presentato una relazione introduttiva sul tema delle povertà, nelle loro diverse espressioni, e sul ruolo svolto dall’INMP nella ricerca e nella proposta di soluzioni volte a facilitare l’accesso delle fasce marginali della popolazione ai servizi sanitari. In prima istanza, si è sottolineato il ruolo centrale svolto dalla popolazione immigrata in ambito demografico. Gli oltre quattro milioni di stranieri residenti in Italia offrono, infatti, un contributo fondamentale all’equilibrio del paese, bilanciando la decrescita fisiologica che porterebbe ad un rapido invecchiamento della popolazione. Si apprende da dati recenti che, a fronte di tale contributo, gli stranieri ricorrono alle strutture sanitarie in misura sostanzialmente inferiore rispetto agli italiani (18,4% contro il 24,6%), affidandosi alle strutture private solo in casi rarissimi. D’altra parte, sono invece gli stranieri quelli che maggiormente accedono ai servizi di emergenza, in ragione dell’elevato numero di infortuni che interessano i migranti nello svolgimento delle loro mansioni occupazionali, sia nell’industria che nei servizi. La fascia più esposta, in tal senso, risulta essere quella dai 35 ai 49 anni. Nel complesso, l’incidenza dei migranti sui costi sanitari complessivi risulta molto limitata, al di sotto del 2,5% del totale. Una cifra condizionata anche dal limitato ricorso al ricovero ospedaliero e al cosiddetto “effetto migrante sano”. Se gli stranieri, dunque, ricorrono al Servizio Sanitario Nazionale in misura limitata, non va dimenticato che essi contribuiscono al suo finanziamento, al pari degli italiani, attraverso il pagamento delle tasse. È stata poi sottolineata l’importanza del lavoro svolto dai mediatori culturali all’interno dell’INMP e ha ricordato come la Regione Lazio abbia recentemente riconosciuto la necessità di potenziarne il ruolo a livello regionale. Presentando le statistiche sugli accessi degli stranieri ai poliambulatori dell’Istituto è stato invece messo in evidenza l’effetto suscitato dal cosiddetto “Pacchetto sicurezza” (legge 94/2009) che, nei primi mesi successivi alla sua approvazione, ha determinato una sostanziale diminuzione dell’accesso dei migranti, soprattutto irregolari, spaventati dalla prospettiva di essere identificati ed arrestati (nonostante la normativa non preveda l’identificazione degli stranieri che si rivolgono ai presidi sanitari), presso i nostri servizi. Infine, il Dott. Testa ha brevemente presentato alcuni dei progetti portati avanti dall’INMP in favore dei soggetti svantaggiati, tra cui: AIDS & Mobility, il progetto di prevenzione e contrasto alle MGF, il servizio per i senza fissa dimora. L’obiettivo dell’INMP, ha concluso, è lo sviluppo di un approccio integrato e multidisciplinare che favorisca un accesso trasversale al Servizio Sanitario Nazionale.

Perché le cose cambino, debbono partire dei fenomeni dal basso”, questo il titolo dell’intervento di Don Roberto Sardelli che, sulla base della sua esperienza umana e professionale, iniziata negli anni sessanta a fianco dei baraccati romani, ha affrontato il tema delle povertà in rapporto con l’invecchiamento della società italiana. Si prevede che, tra 10 anni, gli over 65 saranno oltre 16 milioni con pesanti ricadute in termini sociali e culturali. A livello sociale, occorrerà anzitutto ripensare la struttura sanitaria-assistenziale perché, a fronte di un aumento degli over 60, il periodo di pensionamento è destinato a subire una sostanziale contrazione. Sul piano culturale, Don Sardelli prevede un progressivo indebolimento del sistema dell’istruzione che porterà, nel tempo, ad un impoverimento del capitale culturale complessivo. Anche il deterioramento delle condizioni economiche delle fasce marginali appare come un processo ineluttabile, le cui conseguenze saranno sofferte soprattutto dagli anziani, con gravi ricadute a livello di salute pubblica e spesa sociale. Il fenomeno si accompagna ad un progressivo deterioramento dell’istituto familiare, agenzia sociale tradizionalmente deputata all’accudimento degli anziani, e dei servizi di cura quali ospizi pubblici ed assistenza domiciliare. Don Sardelli, del resto, invoca la chiusura degli ospizi, “luoghi indecenti di speculazione sfacciata” per i quali servirebbe una “nuova legge Basaglia” e propone alcune soluzioni: l’assistenza diurna continua e la creazione di case famiglia di dimensioni ridotte cui affidare gli anziani che non possono contare su una propria abitazione o su sistemi di assistenza alternativi. Per realizzarle, servirebbero precise scelte politiche.

Mirian Castaldo e Daria Maggio, rispettivamente antropologa e psicologa dell’INMP, hanno presentato una relazione in due tranches dal titolo “Adulti in difficoltà: definizioni, tipologie di presidi e modalità di accoglienza”, sulla realtà romana dei senza fissa dimora. La Dott.ssa Castaldo ha sintetizzato le attività dell’equipe multidisciplinare dell’INMP che lavora con le persone senza fissa dimora; sei professionisti, con diverse specializzazioni mediche e sociali, che operano una mappatura costante del territorio, per fare prevenzione ed informare le persone che vivono in strada circa i servizi offerti dall’Istituto. Il servizio per i senza fissa dimora, attivo al san Gallicano fin dal 1998, ha nel tempo ridefinito il concetto del prendersi cura, sviluppando un approccio transdisciplinare capace di modulare i contributi delle diverse discipline al fine di offrire alla persona in cura una risposta complessa e soddisfacente. La persona viene dunque assistita in modo organico, nella sua interezza e complessità. Se si tratta di una persona straniera assume un ruolo fondamentale il mediatore linguistico-culturale, in quanto tramite indispensabile che garantisce l’efficacia dell’intervento. Dal 1998 ad oggi, oltre 10.000 persone si sono rivolte al servizio. Secondo le rilevazioni più recenti, 7 casi su 10 riguardano gli uomini, in maggioranza stranieri. Gli italiani rappresentano comunque la maggioranza relativa, con il 23% del totale, seguiti in termini percentuali dai romeni con il 19%. Nell’affrontare le situazioni di marginalità, sottolinea la Castaldo, occorre sempre tenere in considerazione i bisogni specifici e soggettivi delle persone con cui ci si relaziona. Gli individui vanno aiutati nel modo in cui desiderano essere aiutati, senza prevaricare il loro punto di vista e rispettandone le esigenze soggettive. L’intervento avviene solitamente attraverso diverse fasi: la persona senza fissa dimora viene sottoposta ad uno screening psico-fisico e successivamente, dietro eventuale richiesta, si avviano le pratiche di ricerca di un posto letto o di un’attività lavorativa. Gli interventi, però, assumono spesso una diversa fisionomia, proprio in ragione dell’approccio empatico e multidisciplinare messo in campo. A volte, possono limitarsi alla tutela degli effetti personali della persona (carrelli, materassi, vestiti ecc.) mentre la stessa si reca negli ambulatori dell’Istituto per le cure.

La Dott.ssa Daria Maggio, psicologa, ha descritto le condizioni particolari che spesso caratterizzano il lavoro dell’équipe. Il setting può essere ovunque: in un bar, nelle strade, nel giardino dell’INMP. Il luogo di cura, in una qualche misura, viene dunque scelto dalle persone senza fissa dimora. I problemi solitamente comprendono:
• Disturbi del sonno, causati da situazioni di stress costanti;
• Problemi di alcolismo, legati ad assunzione di alcool mediamente molto scadente;
• Tossicodipendenza, spesso da farmaci e psico-farmaci usati impropriamente;
Desaffiliation, ovvero mancanza di coesione e di reti sociali;
• Comportamento disorganizzato;
• Problemi legali, civili o penali (mancanza di residenza, divorzi e separazioni, multe non pagate, foglio di via, pignoramenti, occupazioni abusive, furti e rapine ecc).

Categorizzando, le problematiche più frequenti riguardano gli ambiti economici, sanitari, legali e culturali. Nell’approccio transdisciplinare la salute non è intesa come espressione dell’assenza della malattia ma si sostanzia nella compresenza di una pluralità di fattori. La medicina transculturale si prende cura della persona nella sua complessità. Sulla base del riscontro di un disagio o di un disturbo si mettono in campo risorse ed approcci differenti. L’esito dipenderà anche dai livelli di resilienza, ovvero l’insieme delle risorse interne ed esterne cui la persona in cura può accedere. Il colloquio iniziale, dunque, serve a capire quali sono le risorse a disposizione in relazione ai problemi emersi. Infine, la Dott.ssa Maggio ha descritto la differenza che separa i percorsi dalle traiettorie. Chi conduce una vita “normale” vive la quotidianità secondo percorsi definiti, che comprendono la casa, il luogo di lavoro e gli spazi della socialità. Le persone senza fissa dimora vivono spesso nel presente assoluto ed organizzano le proprie giornate secondo traiettorie non rettilinee, le cui deviazioni dipendono dalle opportunità che si rendono disponibili in relazione ai bisogni contingenti.

Alessandro Radicchi, della cooperativa sociale Europe Consulting, ha presentato il progetto Help Center, cui l’INMP collabora, due pomeriggi a settimana, con un’équipe multidisciplinare formata da medici, psicologi, antropologi e mediatori. Il servizio ha sede presso la stazione Termini e si rivolge alle tante persone senza fissa dimora che abitano all’interno o nei pressi del terminal ferroviario. Perché queste persone, spesso considerate un problema dalle autorità, dalla polizia e dai passeggeri stessi, decidono di vivere all’interno di una stazione? Le motivazioni principali comprendono: la disponibilità di denaro; il riparo dal caldo e dal freddo; la relativa pulizia; la maggiore sicurezza; la possibilità di creare relazioni sociali; la disponibilità di negozi e servizi igienici. Ciò non significa, sottolinea Radicchi, che le stazioni siano i “giusti” luoghi dove le persone senza fissa dimora debbano spendere la propria esistenza. Spesso la scelta è dettata dalla mancanza di alternative e l’Help Center rappresenta il tentativo di creare un sistema di network, comprendenti le FS, il terzo settore, le università e le autorità locali, che possa colmare tale mancanza. Anche il settore privato viene interpellato per raccogliere fondi e finanziare i progetti del centro. La rete romana, di cui l’INMP è un nodo socio-sanitario, opera 380 interventi al giorno, per un totale di 135.000 l’anno. Ogni anno sono 14.600 i nuovi homeless assistiti.

La sessione pomeridiana si è conclusa con la testimonianza dell’Avvocato Teresa Santulli, coordinatrice del servizio Avvocato di strada, attivo preso l’INMP ogni giovedì pomeriggio. Il servizio, nato sulla base dell’esperienza bolognese, si è trovato ad affrontare, a Roma, difficoltà inedite. Le persone che si rivolgono allo sportello sono prevalentemente di nazionalità straniera e sono portatrici di problematicità alle quali gli avvocati volontari del servizio non erano, almeno inizialmente, del tutto preparati. Alle difficoltà di tipo legale si sono, fin da subito, affiancati ostacoli di tipo culturale. Molte persone straniere, infatti, dimostrano scarsa fiducia nella figura dell’avvocato e, in particolar modo, nelle donne che svolgono la professione legale. Anche l’approccio iniziale si è rivelato errato: per creare un clima disteso gli avvocati si presentavano al servizio vestiti in modo informale, diminuendo però ulteriormente i livelli di fiducia nell’interlocutore. Un altro fattore determinante è la disponibilità di tempo, quello necessario per conquistare la fiducia degli homeless e poter iniziare concretamente a lavorare. Anche per questo servizio, si sottolinea, è fondamentale il ruolo svolto dai mediatori linguistico-culturali.

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